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Terremoto. Non impariamo la lezione

 

Come terremoti, siamo il Giappone d’Europa.  Ma al contrario degli abitanti del sol levante, non impariamo la lezione.  Non si fanno case antisismiche, perché manca la cultura della prevenzione lungimirante fredda, travolta da quella dell’emergenza calda. I terremoti sono un susseguirsi di atti di generosità nell’immediato, ma non generano il consolidarsi di una mentalità pianificante stabile, di lungo termine. Non emotiva, sorretta da scelte nette: leggi chiare di edificazione antisismica, inderogabili, responsabilità altrettanto chiare di chi deve controllarne l’applicazione. Senza buonismi locali e sanatorie elettorali.

Ma la normativa non basta se non viene sostenuta da un cambiamento culturale. In primo luogo, con il ripudio della corruzione. Impegnando anche con agenti provocatori per stanare i corrotti, prima che immettano cemento scadente nelle strutture pubbliche, estendendo la prescrizione per questi reati, potenziando i tribunali ancora azzoppati dai buchi di organico. E i soldi? Dove si trovano gli ingenti fondi per dare contributi ai privati che intendono fortificare le loro case o per mettere in sicurezza i beni artistici?  Facendo pagare le tasse a chi non le paga. Una lotta all’evasione fiscale abbinata anche alla difesa dei borghi dai terremoti taglierebbe l’erba sotto i piedi a chi accusa lo Stato di mettere le mani nelle tasche dei cittadini, come diceva lo slogan inventato dai grandi frodatori.
Insomma, per difendere l’incolumità delle persone e della bellezza nazionale non basta il punto esclamativo dopo il verbo ricostruiremo. Occorre suscitare una motivazione diffusa a favore di comportamenti solidali. Come la rinuncia dei privilegi di chi ha potere e la simmetrica rinuncia all’individualismo compensativo di chi patisce l’insulto di quei privilegi. Per inaugurare finalmente un nuovo atteggiamento di correttezza pubblica, come primo segno della rinascita di un sentimento scomparso: la fiducia reciproca. Solo se c’è lealtà sociale, c’è coesione sociale. Quella che stringe un popolo nella difficoltà e gli consente di esprime con la forza della dignità collettiva, la propria resilienza. Nel senso latino: risalire sulla barca che si è rovesciata.

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