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Ttip: il rischio di una democrazia zoppa

 

di Marco Mazzoli (professore di Politica economica, Università di Genova)

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è costituito da una serie di negoziazioni di trattati commerciali, condotti prevalentemente in segreto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, con la motivazione ufficiale di «ridurre le barriere commerciali» tra Unione europea e Stati Uniti.

Già il fatto che i contenuti della negoziazione, i suoi contorni e i suoi obiettivi siano segreti è di per sé inaccettabile per una democrazia rappresentativa (teoricamente dovrebbe esserlo anche l’Unione europea e, teoricamente, dovrebbero essere democratiche le sue istituzioni) e richiama, nel metodo, i trattati segreti tra le monarchie assolute, dove i governanti guidano sudditi e non cittadini.

Soprattutto, questa assenza di trasparenza non è certamente saggia in una fase in cui le istituzioni europee non godono esattamente di grande popolarità. Una forte impostazione ideologica già caratterizza l’architettura istituzionale dell’Unione europea, che prevede una moneta unica, non solo senza una politica fiscale “federale” europea, ma, per di più, senza il minimo coordinamento né la minima armonizzazione tra le politiche fiscali nazionali. In altre parole dell’architettura istituzionale europea, progettata con una moneta unica, ma senza politica fiscale, hanno ignorato che una politica fiscale attiva a sostegno della domanda è quanto mai necessaria in tempi di crisi (ed infatti l’America di Obama che l’ha messa in atto è riuscita ad uscire dalla crisi con molto anticipo rispetto all’Unione europea) e accettato supinamente l’ormai superata ideologia reaganiana e thatcheriana del “non attivismo” in politica fiscale, privandola di fatto di un ruolo significativo di politica economica.

L’unica cosa certa del Ttip è che l’oggetto della negoziazione sembra bypassare i principi costituzionali dei Paesi dell’Unione europea in fatto di sovranità popolare, possibilità di legiferare su questioni economiche, sul «ruolo sociale dell’impresa», su welfare state, tutela della salute del consumatore e tutela della concorrenza.

In nessun conto sembra sia stato tenuto il cosiddetto «mandato popolare e rappresentativo» dai rappresentanti europei che hanno continuato a negoziare accordi segreti sovranazionali che, da quanto si apprende dalle poche informazioni disponibili (in parte anche da dichiarazioni sconcertate di qualche parlamentare socialdemocratico tedesco che ha potuto leggere gli atti) con disarmante facilità, renderebbero inefficaci anni e anni di giurisprudenza di Paesi sovrani e subordinerebbero questioni importanti come la tutela della salute, la qualità dei prodotti e la tutela della concorrenza a “sua maestà” l’azionista di maggioranza di grandi gruppi nazionali: non il piccolo azionista-risparmiatore, ma i rappresentanti di quello 0,1% della popolazione mondiale che detiene oltre il 15% della ricchezza mondiale, che avrebbero diritto di rivolgersi ad un “arbitrato internazionale” con il potere di sanzionare Paesi sovrani che avessero la “sfacciataggine” e la “sfrontatezza” di sostenere le scelte (effettuate democraticamente) dalla maggioranza dei popoli dei loro Paesi in tema di tutela della salute, tutela della concorrenza, dignità del lavoro, dunque dignità umana.

Le voci critiche dal mondo dell’economia

Non mancano le prese di posizione di economisti keynesiani autorevoli (uno tra tutti, il Premio Nobel Joseph Stiglitz), che con inusitata foga dialettica hanno messo in guardia i governi europei e i loro popoli. Famosa è l’affermazione di Stiglitz sul fatto che i governanti europei non si rendevano neppure conto di ciò che stavano firmando.

È semplicemente intollerabile, per una democrazia, che le poche informazioni disponibili sul Ttip siano dovute a “leaked documents”, documenti resi pubblici attraverso fughe di notizie…

Il primo punto controverso è sui sistemi sanitari nazionali, già duramente provati (soprattutto in Italia) da pesanti tagli. L’apertura del settore sanitario, scolastico, dei servizi di gestione dell’acqua (nonostante i chiari risultati del referendum italiano del 2011) alle grandi imprese multinazionali statunitensi (con i noti rapporti tra queste e le grandi case farmaceutiche), corrisponde di fatto ad una privatizzazione non dichiarata dei servizi sanitari nazionali. Anche se la Commissione europea afferma che i servizi pubblici saranno tenuti fuori dal Ttip, il ministro del Commercio britannico lord Livingston ha ammesso che la discussione sui servizi sanitari nazionali è tuttora sul tappeto, stando a quanto riportato dall’Huffington Post.

Gli aspetti più pericolosi del Ttip

È noto che l’agenda del Ttip include la «convergenza di regolazione» in fatto di tutela della salute e controllo sulla qualità del cibo. Dato che il 70% dei prodotti alimentari statunitensi contiene sostanze geneticamente modificate, è facile immaginare che le normative in fatto di tutela della salute dei consumatori subiranno un duro colpo. Bisogna inoltre considerare che l’Italia (che dispone del più alto numero di vitigni autoctoni, oltre che un grande numero di prodotti di eccellenza agroalimentare) quasi certamente vedrà contrarre sotto la soglia di sopravvivenza la dimensione del mercato per tanti prodotti di qualità, dato che molti consumatori (attratti da campagne pubblicitarie martellanti) si rivolgeranno a prodotti di massa, i cui controlli di qualità avranno, con molta probabilità, normative molto più permissive di quelle attuali.

Il settore bancario verso la deregulation “all’americana”

Altri probabili effetti del Ttip e del suo dichiarato processo di “convergenza normativa” sarà nei dispositivi regolamentari del settore bancario, dove una convergenza verso la “deregulation” finanziaria americana (che, non dimentichiamolo, è all’origine della crisi finanziaria da cui stiamo ancora cercando, faticosamente, di uscire) di certo non potrà rendere più efficaci i controlli verso gli eccessi della finanza speculativa; le originarie affermazioni critiche di Obama sulla “deregulation” finanziaria, colpevole della crisi, hanno presto lasciato posto alla sua realpolitik, poiché la sua rielezione difficilmente poteva avere risorse e successo con l’opposizione di Wall Street.

Le tipologie contrattuali si evolvono con l’innovazione tecnologica e finanziaria e, in generale, nei rapporti tra grandi gruppi bancari internazionali e piccoli risparmiatori, ci sono ben pochi dubbi su quale delle due parti abbia potere di mercato, accesso ad informazioni riservate (come le movimentazioni di cassa giornaliere e mensili) e potere di pressione decisivo…

Vorrei dedicare questo articolo ad un grande studioso, scomparso nella notte tra il 16 e il 17 giugno. Il professor Keith Cowling, dell’Università di Warwick, un economista controcorrente. In alcuni suoi lavori (in particolare Monopoly Capitalism del 1982), con molti decenni di anticipo, individuava nella degenerazione oligopolistica e monopolistica del capitalismo moderno un grande pericolo per il benessere collettivo e per la democrazia.

(pubblicato su Confronti di luglio-agosto 2016)

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