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Istanbul, esplosioni in aeroporto. 41 morti. Un attacco che ricorda quello di Bruxelles

 

Un attentato molto diverso da quelli vissuti da Istanbul negli ultimi sei mesi. Questa volta a essere colpito è l’aeroporto internazionale Ataturk, il principale del Paese. Ancora non c’è stata alcuna rivendicazione e la dinamica non è affatto chiara. Tra le prime foto postate sui social dai passeggeri, c’è un kalashnikov abbandonato a terra, forse di un attentatore. A nemmeno un’ora dalle due, forse tre, esplosioni, il Ministro della Giustizia, Bekir Bozdag,si è spinto a dire che sono state causate da kamikaze, dopo un conflitto a fuoco con la polizia nell’area immediatamente antecedente a quella dei controlli a raggi X, nella zona delle partenze internazionali. Secondo un primissimo bilancio, che si teme possa peggiorare, ci sarebbero 41 morti e almeno 60 feriti.

Un attacco che ricorda molto quello avvenuto nell’aeroporto internazionale di Bruxelles. All’apparenza una dinamica ben diversa rispetto agli ultimi attacchi. L’anno è iniziato con una strage di turisti, fuori dalla Moschea Blu: 12 vittime, la maggior parte tedesche, morte nell’esplosione causata da un kamikaze, un attentato rivendicato dallo Stato Islamico. A inizio giugno un’autobomba saltata al passaggio di un bus della polizia ha causato 11 morti e 36 feriti. Erdogan aveva accusato i curdi del Pkk.

Non c’è alcuna certezza, ma questa ennesima strage racconta dei numerosi fronti aperti in Turchia sul tema del terrorismo. Sono almeno tre le situazioni delicate. Il rinnovato conflitto interno con i curdi del Pkk, con i quali Erdogan ha interrotto a luglio, dopo tre anni, i negoziati di pace, a seguito del successo elettorale del partito filo-curdo Hdp che gli aveva fatto perdere la maggioranza assoluta in Parlamento, costringendolo alle elezioni anticipate di novembre. Poi c’è il fronte delle opposizioni con cui i rapporti sono tesissimi. Basti pensare che il suo ex storico alleato, Fethullah Gulen (ora in auto-esilio negli Stati Uniti, ma sempre alla guida del movimento Hizmet) è accusato da Erdogan di aver creato un’organizzazione terroristica infiltrata dentro i meccanismi dello Stato. La galassia di televisioni e giornali di proprietà di Gulen, negli ultimi mesi, è stata chiusa dal governo. E poi c’è il fronte aperto con lo Stato Islamico, con cui la Turchia ha avuto, negli ultimi anni, rapporti quantomenoambigui: certo non ostacolati, gli uomini dell’Isis sono poi penetrati nel Paese, realizzando almeno uno degli ultimi attentati. Sono ancora molte le aree poche chiare di questo rapporto. Putin – con cui ieri si è registrato un riavvicinamento, nello stesso giorno in cui la Turchia ha firmato con Israele un accordo di riconciliazione – aveva accusato Erdogan di dare al Califfato armi e mezzi militari in cambio di petrolio,mostrando immagini satellitari in cui più di 300 cisterne provenienti dall’Iraq passavano indisturbate la frontiera turca. E ancora non si conosce a chi erano dirette le armi inviate in Siria scortate dai servizi segreti turchi riprese in un video pubblicato dal direttore di Cumhuryet, Can Dundar, che ora rischia l’ergastolo per rivelazioni di segreto di Stato.

In questa Turchia sempre più instabile diventa difficile capire quali rivendicazioni siano davvero autentiche, quanto ci sia – dietro questi attentati – un gioco di informazione e contro-informazione da parte degli attori coinvolti inuno scenario geo-politico sempre più complesso. E con la stampa imbavagliata, impossibilitata a fare inchieste autonome. Ancora una volta, come per tutti gli attentati precedenti, ai giornalisti è stato vietato di avvicinarsi al luogo dell’attentato.

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