Sei qui:  / Opinioni / 2016: un anno, mille ricordi, un destino

2016: un anno, mille ricordi, un destino

 

Su queste colonne, come sapete, ci siamo occupati spesso degli anniversari. Per riannodare i fili della memoria, per riflettere sul suo valore, per far sì che le nuove generazioni sappiano e conoscano episodi e personalità del passato che hanno ancora molto da dire anche nel presente, e sicuramente, pure in futuro, e infine, in alcuni casi, per ricordare a noi stessi che siamo ancora qui, presenti e pronti a dare battaglia, al netto di tutti i ciarlatani che pensano che il mondo sia iniziato il giorno della loro nascita o della loro ascesa politica o professionale.
Ricordare per guardare al futuro, ricordare per sentirsi vivi, ricordare per conoscere, per scoprire, per capire e per guardare avanti; ricordare per rendere omaggio o per stigmatizzare, lanciando un monito affinché certi uragani non si ripetano e certi esempi non vengano seguiti; ricordare per esercitare al meglio la nostra professione che, a mio giudizio, non ha mai riguardato solo il presente, la sua comprensione e la sua analisi ma anche la gelosa custodia di giorni talvolta lontani ma più che mai influenti su quanto sta avvenendo in questa stagione.
E allora vediamo alcune ricorrenze che meritano di essere menzionate.

Partiamo dalle case editrici, dove troviamo i settant’anni di due gioielli come Longanesi e Neri Pozza, entrambi figli di due intellettuali di rango quali Leo Longanesi e, per l’appunto, il vicentino Neri Pozza, attivo durante la Resistenza e, sempre a livello cittadino, come consigliere comunale nelle file del Partito Repubblicano.
Di Longanesi, invece, sappiamo praticamente tutto: il suo essere un fior di liberale, un convinto anticonformista, un nemico giurato dell’ordine costituito, delle mode e della cialtronaggine nel suo insieme, il suo essere capace di stigmatizzare tutti i potenti e di attirarsi supreme antipatie tanto a destra quanto a sinistra, il suo essere un uomo che godeva profondamente nel trovarsi quasi sempre fuori dal coro.
Disse di lui Montanelli: “Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…». Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo”.
Longanesi sosteneva, invece, che Montanelli andasse in mezzo agli altri per sentirsi ancora più solo, il che era vero, a dimostrazione di quanto si stimassero e si volessero bene questi due cavalli di razza del giornalismo e del panorama culturale italiano.

Sul versante industriale non possiamo, poi, non celebrare il settantesimo anniversario della Ferrero: impresa simbolo dell’italianità migliore, della sua grandezza e del rispetto per i diritti dei lavoratori dei pochi cultori rimasti del modello e degli ideali olivettiani, purtroppo oggi pressoché sconosciuti e, spesso, drammaticamente, disprezzati.
Per quanto concerne il mondo politico, è bene non sottovalutare i quarant’anni dell’AREL: uno dei think più prestigiosi d’Italia, nato da un’intuizione di Beniamino Andreatta e divenuto negli anni una fucina di idee, proposte di legge e riflessioni – economiche, sociologiche, politologiche e di altra natura – che hanno innervato la compianta parentesi dell’Ulivo e del centrosinistra al governo, dopo lo scandalo di Tangentopoli e la prima vittoria di Berlusconi nel ’94.

Sul piano musicale piangiamo Rino Gaetano, spentosi trentacinque anni fa a soli trent’anni, in un drammatico incidente stradale, lasciandoci in eredità la sua arte anticonformista, la sua poetica raffinata, i suoi sogni di libertà e la sua bellezza interiore, svanita troppo presto, sfiorita in gioventù come tutte le più belle cose ma non per questo meno incisiva, intensa e appassionante, in un panorama artistico che è diventato via via sempre più asfittico, commerciale e incapace di regalare emozioni, passioni e sentimenti.
Sul piano sportivo, infine, vengono in mente i vent’anni dall’affermazione della Juve in Champions League, a Roma contro l’Ajax, e i cinquant’anni di quel fantastico irregolare fuori da ogni schema di Éric Cantona: calciatore dotato di una classe cristallina, successivamente attore di discreto talento ma, soprattutto, personaggio che avrebbe avuto senz’altro più successo se anziché affacciarsi alla ribalta nell’epoca del liberismo arrembante e dei miti di cartapesta, avesse avuto la fortuna di calcare le scene dello sport e della vita nella stagione dei Beatles e dei Meroni, dei Best e degli ideali sessantottini dei quali, in fondo, quest’icona francese è, al tempo stesso, figlia ed erede.
Credete davvero che si possa fare a meno di tutta questa meraviglia, di tutte le sensazioni che essa trasmette e di tutta la bellezza che suscita questo continuo ricordare? Noi siamo convinti di no e siamo orgogliosi di essere, forse, gli ultimi figli di una scuola di pensiero della quale oggi si avverte una straordinaria nostalgia.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE