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Thyssen, non fu tragica fatalità

 

Altri diranno se le sentenze per ilrogo alla Thyssen siano o meno congrue rispetto all’accaduto, ma questo processo resterà comunque nella storia del diritto in Italia. Dopo un lungo e doloroso calvario giudiziario, i familiari delle vittime, i loro amici, quanti non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia hanno finalmente visto riconoscere che quel rogo non fu una tragica fatalità o il castigo di un dio malvagio, ma l’ultimo anello di una catena di errori frutto di responsabilità umane e, in primo luogo, dei gruppi dirigenti.

Dietro quelle morti ci sono anche l’avidità, il taglio degli investimenti nella prevenzione e nella sicurezza, il mancato ascolto degli allarmi lanciati dai sindacati interni e dagli stessi lavoratori impegnati in quei reparti. Sarà il caso di non dimenticare la vera e propria campagna di aggressione scatenata nei confronti del giudice Guariniello accusato, al solito, di protagonismo e di invasione di campo, perché aveva osato puntare il dito sulle cause dell’incidente, sui modelli produttivi ed organizzativi, sui sistemi di sicurezza obsoleti, sulla riduzione degli investimenti in materia di prevenzione, perché, in epoca di crisi tutto è giustificato ed infatti il numero dei morti sul lavoro è tornato a crescere.

Questa sentenza rappresenta comunque una vittoria di chi non si è arreso allo spirito dei tempi e in primo luogo dei familiari che non hanno accettato di mettere tutto a tacere in cambio di una mancia, anteponendo la dignità e la memoria ad ogni forma di mercificazione.

Un grazie va detto anche a quei sindacalisti, a quelle associazioni, a quei giornalisti, autori, registi, artisti, che hanno tenuto accesi i riflettori mediatici, impedendo che la forza del denaro e delle complicità potesse “oscurare” quelle morti e l’accertamento delle cause e delle responsabilità. Per questo la sentenza della Cassazione va salutata comunque con favore perché ha impedito che anche questa atrocità finisse nell’archivio dei rinvii, degli eterni processi che sfociano nella prescrizione che assolve il colpevole e oltraggia la vittima.

Oggi più che mai ricordiamo i nomi delle vittime di quel rogo: Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinó, Giuseppe Demasi. Ci sarebbe piaciuto che, a commentare questa sentenza, ci fosse stato il “nostro” Santo Della Volpe, fondatore di articolo e presidente della Fnsi. Fu Santo, insieme a Raffaele Siniscalchi, Cesare Damiano, Diego Alhaique, a volere che Articolo 21 accendesse i riflettori sulle morti sul lavoro, sulle loro cause, sul silenzio di tanta parte della politica e dei media.
Fu lui a realizzare per la Rai straordinarie inchieste su Casale, sull’amianto killer, sui cantieri di Monfalcone, su Taranto e, dal primo momento sulla Thyssen.
Lo fece non solo con il rigore professionale di sempre, ma anche con la passione civile ed umana di chi era cresciuto a Torino e aveva conosciuto ed apprezzato i valori e la dignità della classe operaia di quella città.
Sul sito di Articolo 21 ha raccontato il rogo, le reazioni, l’indignazione, le inchieste di Guariniello, gli ostacoli, i tentativi di far naufragare i processi. Se oggi quel processo si è concluso, il merito è anche di cronisti impegnati e coraggiosi, tra loro il “nostro” Santo Della Volpe.

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