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Servizio pubblico Rai dopo il 2016. E’ ancora possibile?

 

Tra i tanti elementi che ci fanno comprendere l’urgenza di una nuova RAI SERVIZIO PUBBLICO ce n’è uno che forse passa abbastanza inosservato: è lo stupore. Già, lo stupore che sopraggiunge quando capita che l’azienda pubblica radiotelevisiva Italiana produca qualcosa di valido e che il pubblico percepisce come un prodotto ben fatto e davvero di servizio pubblico.
Perché ci si deve stupire quando la RAI fa quello che ha l’obbligo di fare tutti i minuti, tutte le ore e tutti i giorni come stabilito dal contratto di servizio ormai scaduto?
La risposta a questa domanda non è così semplice e scontata, può avere mille risposte, mille sfumature di pensiero frutto delle diverse sensibilità. Su una cosa però si può essere d’accordo: ormai nella RAI ci sono soltanto tracce di servizio pubblico in una logica commerciale politicamente imposta negli anni e disegnata bene nei contorni dai diavoli del conflitto di interessi il quale di fatto non esiste perché in Italia non viene seriamente contemplato.
Questo svuotamento della MISSION e del CONTRATTO DI SERVIZIO lo stiamo pagando come ferite mai rimarginate e anzi risvegliate ogni istante dal sale dell’ingerenza partitico-governativa.

Tv private vogliono e pretendono una fetta dell’ammontare dei fondi derivati da canone perché, più o meno giustamente, reclamano anche loro il ruolo di pubblico servizio radio/tv ( LA7 e Cairo docet). Come dare loro torto se si aggiunge che il pubblico spesso sceglie di informarsi e intrattenersi tramite canali mediatici differenti dalla RAI quali internet, sky o gli stessi tg di LA7? Del resto sono anni che si ragiona e ci si consulta su come dovrebbe essere il servizio pubblico radio televisivo in Italia ma poi alla fine ci si trova a scontrare con i sacerdoti degli interessi privati che agiscono nel nome del grande assente pluralismo rendendo ogni cosiddetta “riforma” un buon motivo per serrare ancora di più i lacci e lacciuoli che vincolano la RAI ai vari governi che si succedono, come da tempo ci ricorda la terribile classifica di FREDOOM  HOUSE che ci vede belli piazzati al sessantacinquesimo posto per libertà di stampa e di espressione.

Che in fondo non interessi molto riformare sul serio la TV pubblica per i cittadini lo dimostra il “CANONE INVERSO”, è proprio il caso di dirlo, usato per “deformare” e rendere dipendenti dai governi la nostra povera RAI. Infatti si decide prima di assegnare dei soldi fissi da bilancio statale per lo svolgimento del contratto di servizio, poi si costruisce una governance accentratrice di poteri e alla fine, legati come HOUDINI, si chiede al pubblico pagante e alle associazioni di settore di esprimersi circa la futura TV DI SERVIZIO PUBBLICO tramite una consultazione “pubblica” sul modello della BBC che dovrebbe partire a metà aprile. Peccato che l’esperienza inglese ci insegni che la consultazione sia stata fatta partire un anno prima della scadenza della concessione pubblica, mentre noi la stiamo cercando di organizzare con troppa fretta ad un mese dalla scadenza.

Questo è il contesto allucinatorio in cui si deve muovere, si ha davanti un foglio bianco stropicciato e si deve cercare di raggiungere un’epifania circa la nuova RAI SERVIZIO PUBBLICO. Prima di cominciare conviene però chiederci se la RAI così com’è organizzata e strutturata è in grado di rispettare i termini del nuovo contratto di servizio.

Secondo noi NO!

La RAI è vittima di palinsesti che sembrano usciti dal film” Il giorno della marmotta”, ogni giorno, ogni stagione, a parte rarissime eccezioni, vediamo trasmessi gli stessi programmi e le stesse fiction fatte dalle stesse quattro/cinque società di produzione, con gli stessi autori, registi e manager dei vip.
La nostra bistrattata azienda sembra una casa con il fetore di chiuso, abitata dagli stessi personaggi strapagati e da dirigenti troppo servizievoli per essere anche capaci. Nessuno mai che apra una finestra sul mondo con trasparenza e onestà per fare entrare aria fresca e nuove idee provenienti anche dai cittadini che pagano il canone.

La RAI sempre più ministero e sempre più distante dai cittadini i quali sono costretti a subire un flusso pseudo informativo e produttivo proveniente dai soliti opinion leader senza mai poter partecipare alla catena produttiva o essere semplicemente ascoltati. Concetto ampiamente sviluppato dalla teoria chiamata “ipodermica” sviluppata negli anni quaranta che illustra un flusso informativo unidirezionale falsamente autorevole e indipendente ma che ancora ben descrive i modelli mediatici attuali al netto del web.

Per superare l’unidirezionalità dell’offerta di fronte alla sfida dei vari NETFLIX e web siamo convinti che la TV pubblica, per essere veramente tale, abbia bisogno della PARTECIPAZIONE dei cittadini i quali possono e devono essere coinvolti nel processo produttivo e autoriale. Solo in questo modo si potrà riconquistare la credibilità perduta in anni di lottizzazione attingendo al contempo alle numerose capacità degli utenti, che siano semplici spettatori o ricercatori universitari o esperti del settore con idee originali da suggerire.

Con il MOVE ON ITALIA abbiamo proposto, durante la discussione della riforma della RAI, il CONSIGLIO PER LA PARTECIPAZIONE, un organismo in cui cittadini e associazioni possono essere i garanti del rispetto del contratto di servizio ma anche interfaccia con la cittadinanza e con tutto il paese che vuole sviluppare arti, cultura, cinema di qualità e indipendente, docu-fiction, scienze e istruzione. Senza dimenticare il controllo della correttezza informativa e l’indipendenza nel racconto dei fatti.
La diffusione delle news deve tornare ad essere autorevole e credibile, è ormai necessario e doveroso rivolgersi ad una società multietnica, auspicabili quindi TG in lingua inglese e arabo con un respiro internazionale piu’ ampio.

Questo è solo una parte di quello che immaginiamo e speriamo diventi il SERVIZIO PUBBLICO MULTIMEDIALE, un luogo aperto e libero, una nuova TV multimediale di prossimità, vicina al pubblico e in grado di raccontare le enormi potenzialità del nostro paese, un luogo multimediale davvero collettore di voci diverse nel nome del pluralismo informativo dove le singole sensibilità, con attenzione particolare ai portatori di handicap, possano avere finalmente spazio e autorevolezza e in cui l’accesso al web possa diventare credibile e sicuro nella scelta delle fonti.

Immaginiamo una RAI SERVIZIO PUBBLICO MULTIMEDIALE in grado di investire e promuovere le varie espressioni di arte e cultura, capace di incoraggiare, produrre e diffondere progetti cinematografici di registi e autori indipendenti e trasmetterli sia sulle reti generaliste che sulle tematiche senza mai dimenticare le piattaforme internet.
Internet che deve diventare un’area culturale accessibile a tutti, la RAI deve istruire i meno giovani all’ accesso alle piattaforme web che altrimenti rimarranno nel tempo un luogo misterioso dove informarsi spesso senza l’adeguata preparazione a farlo.

Per realizzare questa nostra “epifania” occorre una profonda razionalizzazione e riorganizzazione del modello aziendale. Riteniamo che non sia efficiente e sufficientemente veloce la struttura organizzativa attuale della RAI, riteniamo che il riassetto per generi, auspicato da Parascandolo e Articolo 21 sia quello più funzionale allo scopo. Noi dell’associazione RAI BENE COMUNE abbiamo da tempo suggerito un modello che si ispira a quello proposto appunto nella CARTA DI IDENTITA’ PER LA RAI con riduzione delle direzioni e suddivisione per generi. Ogni genere dovrà avere un suo feedback multi piattaforma con la cittadinanza che paga il canone e che dovrà essere NECESSARIAMENTE coinvolta.
La RAI dovrà tornare ad essere il collante di un paese attualmente scomposto e atomizzato. Scuola, università, arti, mestieri in un reale racconto di un’ Italia che vuole rinascere.
Ci piace pensare che da un rinascimento per la RAI SERVIZIO PUBBLICO possa scaturire un nuovo rinascimento di arte, cultura, informazione e divertimento per il nostro paese.

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