Davigo: l’uomo che serviva all’ANM per riacquistare credibilità

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L’elezione di Davigo alla presidenza dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) non è una splendida notizia solo per il profilo del soggetto in questione bensì per il bisogno di autorevolezza e competenza che quest’organizzazione manifestava. Solo un uomo tutto d’un pezzo, con un curriculum prestigioso come quello dell’ex giudice di Mani Pulite, poteva restituire centralità ad un sindacato delle toghe che negli ultimi anni era stato indebolito dal deterioramento e dalla perdita d’importanza accusata da tutti i corpi intermedi.
Qualche osservatore incauto si è permesso di azzardare che la scelta di Davigo sia stata la risposta delle toghe ai crescenti attacchi di Renzi alla magistratura, divenuti oggettivamente preoccupanti in seguito al disvelamento dello scandalo petrolifero di Tempa Rossa che è costato il ministero dello Sviluppo economico a Federica Guidi. Ci rifiutiamo anche solo di immaginare che l’ANM possa agire per ripicca nei confronti dell’esecutivo, qualunque esso sia, per il semplice motivo che, se così fosse, sprofonderebbe nel baratro dell’inaffidabilità e di una partigianeria da intendere, per una volta, in senso negativo.

Crediamo, al contrario, che la decisione di  eleggere Davigo sia stata dettata da necessità interne alla magistratura, scossa ad esempio dai litigi che avevano caratterizzato negli anni scorsi proprio la Procura di Milano ed evidentemente bisognosa di una figura rappresentativa e in grado di instaurare con il governo una dialettica serrata e, al tempo stesso, costruttiva. E questo, da quanto si è capito fin dalle sue prime mosse, è ciò che intende fare Davigo, proponendo una drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati e magari l’abolizione di uno dei tre gradi di giudizio ma, più che mai, difendendo l’autonomia e l’indipendenza delle toghe da qualunque accusa di ingerenza politica.
La convinzione di Davigo è, infatti, che una politica onesta non abbia nulla da temere mentre la parte marcia di essa, che con le proprie nefandezze finisce con lo sfregiare l’immagine complessiva delle istituzioni e con lo svilire il proficuo lavoro dei colleghi, questo cancro della democrazia debba subire la giusta pena ed essere rimosso  dalla propria carica, affinché non faccia scuola e non diventi addirittura un punto di riferimento.

Con ogni probabilità, assisteremo dunque a una riflessione di natura quasi filosofica sul ruolo della magistratura nella società contemporanea, su cosa significhi obbedire unicamente alla legge, su quali debbano essere le frontiere del diritto in un mondo sempre più globale e su come riportare serenità e tranquillità in un ambiente che, negli ultimi venticinque anni, è stato al centro di una bufera mediatica e di una morbosa attenzione politica che ne hanno minato la credibilità agli occhi dei cittadini.
Davigo, in poche parole, è un simbolo, una dichiarazione d’intenti racchiusa nella sua persona, un parafulmine per i colleghi più giovani e un esempio di giudice con la schiena dritta, in grado di garantire alla propria categoria il rispetto che merita.
Non è un uomo smodato: parla il giusto, si muove con cautela, non se ne conosce una sola dichiarazione sopra le righe e non ha il vizio di voler apparire a tutti i costi, il che lo rende una sorta di rivoluzionario in una stagione nella quale troppi, in tutti i settori, dimostrano una smania mai vista di raggiungere le luci della ribalta, pur essendo talvolta coscienti di quanto possano essere effimeri determinati palcoscenici.

Davigo non si fermerà davanti a nessun atto d’arroganza, da qualunque parte esso provenga, non si farà intimidire, non chinerà la testa, non si lascerà andare ad un’inutile conflittualità ma non sarà nemmeno succube di alcun potere, rivendicando con orgoglio di rappresentare esso stesso un potere dello stato.
Ne aveva bisogno l’ANM, per rilanciarsi dopo la triste balcanizzazione delle correnti in lotta fra loro, e  ne aveva bisogno anche la politica, sperando che abbia l’intelligenza di capire quanto sia indispensabile avere interlocutori forti e di valore per ritrovare a sua volta l’autorevolezza perduta e il gusto di una dialettica stimolante e ricca di ideali.


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