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Adriano Olivetti, l’utopia realizzata

 

Si astengano dal leggere quest’articolo coloro che vivono eternamente rassegnati, coloro che si dibattono in un eterno presente e coloro che non sanno volgere lo sguardo oltre l’orizzonte perché la figura di Adriano Olivetti non è adatta a loro. Olivetti, di cui quest’anno ricorre il centoquindicesimo anniversario della nascita, era infatti un industriale come ce ne sono stati e ce ne sono tuttora assai pochi, per non dire quasi nessuno, nel nostro Paese: nativo di Ivrea e figlio di una regione che lo stesso anno, 1901, diede i natali ad un altro grande utopista, purtroppo massacrato dai fascisti a soli ventiquattro anni, come Piero Gobetti.
Ad accomunare queste due figure straordinarie non era solo il socialismo liberale di cui erano entrambi portatori, una visione aperta e progressista della società e il sogno di restituire un senso al concetto di comunità negli anni barbari del “me ne frego” fascista; ad accomunarli era soprattutto il rispetto per la persona umana.

Gobetti e Olivetti credevano nella stessa idea di sviluppo sostenibile, con l’uomo al centro sia del processo politico sia di quello produttivo, e l’imprenditore di Ivrea altro non è stato, con il suo Movimento Comunità, la sua ideologia comunitarista e la sua visione della società come una grande “città dell’uomo”, altro non è stato, dicevamo, che il principale artefice del pensiero gobettiano, applicato prima all’industria e successivamente anche alla politica.

Olivetti e i suoi operai felici, Olivetti e gli asili, Olivetti e le case vicine alla fabbrica, Olivetti e il rispetto per l’ambiente, Olivetti e il coinvolgimento di intellettuali d’ogni tipo per trasformare l’utopia di Ivrea in quella che è stata ribattezzata la “Atene del Ventesimo secolo”, Olivetti e il suo senso di giustizia, Olivetti e il coraggio di non arrendersi mai, di sfidare le convenzioni, di mettere in ginocchio la concorrenza attraverso un modello alternativo e nettamente migliore di gestione d’impresa, Olivetti e la grandezza di un messaggio che ha resistito anche al liberismo, alla ferocia dei tempi moderni, al regresso cui abbiamo assistito e stiamo tutt’oggi assistendo, Olivetti e le sue intuizioni che vanno oltre il tempo, oltre i decenni, oltre tutte le ideologie, per il semplice motivo che sono esse stesse un’ideologia chiamata umanità, rispetto, uguaglianza nelle opportunità, libertà di pensiero e d’espressione, desiderio di elevare gli ultimi a una condizione dignitosa, abbattendo ogni barriera di incomprensione e pregiudizio.
Per questo ho premesso che chi non ha la forza di credere in quel valore straordinario che è l’utopia farebbe meglio a non leggere quest’articolo: non capirebbe l’innovazione apportata da un uomo che non si è limitato a dire ma ha agito, le cui invenzioni, i cui capisaldi e il cui stile sono tuttora considerati rivoluzionari.

Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky nella presentazione de “Le fabbriche di bene”: “Oggi, a distanza di più di mezzo secolo dalla scomparsa, Adriano Olivetti, la sua ricca, complessa e polivalente figura umana, la sua proposta civile e politica, la sua azione culturale e imprenditoriale sono oggetto di riscoperta. Che si possa trattare anche di una rivincita dopo una sconfitta, lo dirà il futuro, certamente non un futuro vicino. La crisi del nostro mondo deve ancora procedere verso il fondo, prima che s’avverta, nella carne e nelle coscienze, l’urgenza di un cambio di paradigma. Quando ciò avverrà – e poco a poco sta avvenendo – la proposta olivettiana potrà apparire come una delle poche idee ed esperienze che la storia e il declino della democrazia nel nostro paese non hanno potuto corrompere. Intanto, notiamo che proprio il vuoto che fu creato allora attorno all’esperienza di Comunità ne ha preservato intatte le virtuali potenzialità: potenzialità che, essendo state soffocare sul nascere da un ambiente sordo, anzi ostile, e non essendo state messe alla prova se non in minima misura, rappresentano oggi una risorsa potenziale, un fondo di possibilità”. Un’utopia per l’appunto, ma quanto aveva ragione Olivetti quando asseriva che “spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare”.
Olivetti aveva sia la voglia sia la capacità sia il coraggio di provare a rendere migliore la nostra società e ancora oggi, a quasi sessant’anni dalla scomparsa, i suoi insegnamenti risultano di straordinaria attualità: un antidoto alla barbarie, alla sopraffazione, alla crudeltà gratuita, un pensiero in linea con quello di Sanders e di papa Francesco, a dimostrazione che l’orgia liberista dell’ultimo trentennio, tacciando di utopismo chiunque si opponesse alla sua tirannia, non ha lasciato altro che macerie sulle quali oggi siamo chiamati a ricostruire un modello sociale più giusto.

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