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Sinistra a cento voci

 

Divisione permanente. La lunga storia della sinistra italiana è costellata di scontri, lotte intestine, scissioni. Alle enunciazioni di unità e concordia “per battere la destra”  difficilmente seguono comportamenti conseguenti. Così negli anni i consensi e i voti si riducono vistosamente. In tanti parlano del tramonto, della scomparsa della sinistra.

C’è, però, chi non crede all’estinzione della sinistra italiana. Per Stefano Fassina, Sergio Cofferati, Pippo Civati c’è uno spazio alla sinistra del Pd, il partito che hanno abbandonato l’anno scorso in tempi diversi. I tre ex “pezzi pregiati” della sinistra Pd partono dalle stesse premesse. Per Fassina «la sinistra non è finita. Non è stata cancellata». Per Cofferati «lo spazio a disposizione non è stato mai così ampio». Per Civati «fuori dal Pd c’è un sacco di roba, uno spazio sconfinato». Tuttavia l’obiettivo dell’unità è difficile, lo spazio a sinistra va conquistato e non sarà così facile, anche perché si percorrono strade diverse.

La prima prova del nove ci sarà nelle elezioni amministrative di giugno e l’appuntamento non si presenta sotto i migliori auspici. La sfida per rinnovare i sindaci delle principali città italiane (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari) sarà particolarmente difficile. Al contrario delle enunciazioni, non prevale l’unità ma le divisioni. La marcia è  in ordine sparso. Fassina e Cofferati hanno dato vita a Sinistra Italiana assieme a Sel di Nichi Vendola e ad alcuni ex militanti del M5S (31 deputati e una decina di senatori). Civati, con dei dissidenti usciti dal Movimento di Beppe Grillo, ha fondato Possibile. Leader di fatto di Sinistra Italiana è Fassina (un congresso deciderà il nome definitivo della formazione e sceglierà il vertice) mentre Civati è  stato eletto  segretario di Possibile. In alcuni casi è prevista un’alleanza con il Pd di Matteo Renzi, in altri è preferita l’intesa a sinistra e con i cinquestelle.

Il rischio è la sconfitta. La sinistra cosiddetta “arancione” adesso ha i sindaci di tre importanti città: Pisapia a Milano, Doria a Genova e Piras a Cagliari. Per ora solo Fassina si è impegnato personalmente nelle amministrative: ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma, mentre Civati ha respinto l’offerta di correre a Milano e Cofferati si è detto troppo impegnato dal suo mandato di europarlamentare per pensare ad altro. Tutti dichiarano la volontà di costruire una nuova grande forza della «sinistra alternativa, di governo, larga, unitaria e non minoritaria». Le linee programmatiche sono ambiziose. Il nuovo partito dovrebbe impegnarsi su problemi cruciali: la rivalutazione del lavoro e dei diritti sociali, la tutela dei lavoratori dipendenti ed autonomi; l’uguaglianza e la riduzione delle differenze tra le classi sociali; la lotta per l’ambiente, i diritti civili, la pace e la democrazia. Ma se il voto per i sindaci andrà male, sarà complicato costruire a fine anno una “cosa rossa” unitaria, con le carte in regola per competere nelle elezioni politiche con Matteo Renzi, l’uomo accusato di aver trasformato il Pd in senso “centrista”,  spalancando le porte alla «destra e alla sue proposte». Sono contestate sia le “riforme liberiste” di Renzi in economia, sia “le scelte plebiscitarie” di revisione della Costituzione, sia l’ingresso nella maggioranza di governo dell’”impresentabile” senatore Denis Verdini, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, che ha parecchi guai con la giustizia.

Fassina, Cofferati, Vendola, Civati cercano di allargare i consensi. Premono perché la sinistra del Pd dica addio a Renzi, ma ottengono scarsi risultati. Le minoranze democratiche sono in subbuglio, alle volte si collocano con un piede dentro e uno fuori. Massimo D’Alema non ha escluso la nascita di una nuova forza di sinistra. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo sono sull’orlo della rottura con il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Speranza è arrivato ad imputare a Renzi  di avere “un’idea padronale del partito”, un’accusa pesantissima, un tempo riservata solo al “nemico storico” Berlusconi. Tuttavia, per adesso, le minoranze restano nel Pd ed escludono una scissione. Un problema in più per Fassina-Cofferati-Vendola-Civati.

Renzi lancia appelli all’unità del partito e si mostra tranquillo: «Sono di sinistra» le riforme strutturali del governo, perché combattono il precariato e rinnovano le istituzioni; «fuori di qui non vedo spazi per la sinistra». Ha sottolineato: in caso di rottura potrebbero nascere solo «piccoli partiti che non vinceranno mai». Il Pd, dal picco del 40,08% dei voti ottenuto nelle elezioni europee del 2014, è dato in discesa nei sondaggi, ma comunque oscilla sopra il 30%. A sinistra i consensi sono molto più bassi.  Come nelle elezioni politiche del 2013, Sel veleggia attorno al 4% dei voti, il Psi all’1%. Cifre molto modeste. Qualche mese fa i sondaggi davano fino al 10%-15% dei voti alla progettata “cosa rossa”; ma adesso sembra che quella cifra si sia ridotta a un terzo, i voti che incassa da sola Sel.

Certo le difficoltà da superare sono aumentate da quando è comparso sulla scena politica il M5S, il movimento anti sistema e populista fondato da Beppe Grillo. I cinquestelle alternano battaglie di sinistra (come il reddito di cittadinanza) e di destra (la lotta contro l’”invasione” degli immigrati). Sulla base di una opposizione totale, il M5S ha raccolto un clamoroso successo nelle elezioni politiche del 2013: il 25% dei voti. Ed ora l’obiettivo, tra alti e bassi, è di un nuovo colpo grosso alle amministrative: conquistare Roma incoronando sindaco Virginia Raggi. Per Sinistra Italiana, o come si chiamerà il nuovo partito,  il primo problema è di fare i conti con i pentastellati.

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