Sei qui:  / Articoli / Interni / Le “Mafie di Roma”
a processo

Le “Mafie di Roma”
a processo

 

Due processi e un’unica linea difensiva. Obiettivo: dimostrare che a Roma non esistono mafie autoctone. Accade da alcuni mesi nelle aule del tribunale della Capitale dove si stanno svolgendo, parallelamente, alcuni procedimenti giudiziari contro le “Mafie di Roma”: da “Mafia Capitale” alla “Mafia del Litorale”. Qui la parola d’ordine delle difese è diventata una sola: provare a smontare, pezzo dopo pezzo, l’accusa di 416 bis, ovvero l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Si tratta di una interessante  questione giuridica, non soltanto per i procedimenti in corso nella Capitale. Intorno a questa accusa, da mesi in tribunale si sono alzati i toni al limite dell’esercizio del diritto alla difesa” –  ha commentato in queste ore il presidente della Federazione nazionale della Stampa Italiana, Beppe Giulietti. E se da un lato alcuni avvocati hanno spostato in avanti il livello dello scontro, si sono moltiplicate  dall’altro le conferme dell’impianto accusatorio della procura di Roma. Ad oggi, oltre venti giudici hanno sancito, a più livelli, la “mafiosità” dei sodalizi criminali mandati alla sbarra dai pm romani.

Cosa è accaduto al tribunale di Roma. Nell’ultima udienza per il processo d’Appello contro i clan di Ostia  nell’Aula Occorsio di Piazzale Clodio, a pochi passi dalla procura, l’avvocato Giosuè Naso (difensore di Carminati nel processo Mafia Capitale e di Sibio Riccardi nel processo d’Appello contro il clan Fasciani) ha rivolto dure accuse contro il procuratore capo, Giuseppe Pignatone e il giornalista dell’Espresso, Lirio Abbate. L’avvocato di Carminati ha giocato definitivamente a carte scoperte e rivolgendosi alla Corte chiamata a decidere delle sorti del processo d’Appello ai boss di Ostia ha affermato: “Noi aspettiamo la vostra sentenza con particolare attenzione perché vogliamo vedere se voi sarete nelle condizioni di emettere una sentenza politicamente scorretta, a differenza di quello che si attende da voi da una certa parte della giurisdizione di questo tribunale. Senza nascondersi dietro il classico ditino, ma il processo Fasciani fa parte di una certa operazione di politica giudiziaria, nella quale vi è una regia inequivoca e tanto per essere chiari è del nuovo procuratore della Repubblica di Roma, Pignatone che è venuto a Roma pensando che Roma fosse una grande Reggio Calabria per applicare metodi investigativi e processuale tipici di città come Reggio. La regia è articolata, complessa, suggestiva.” Naso ha puntato il dito anche contro il giornalista dell’Espresso, Lirio Abbate, autore della famosa inchiesta “I quattro Re di Roma” che nel 2012 denunciava i sistemi criminali operanti sul territorio romano, in affari con le mafie tradizionali e straniere.

Ascolta l’audio integrale dal tribunale

“Voglio esprimere la mia solidarietà al giornalista Lirio Abbate” ha affermato oggi nell’aula del processo Mafia Capitale l’avvocato Luca Petrucci, difensore di Luca Odevaine. “Ho stima per l’avvocato Naso. Queste parole però sono pericolose. Non si può lasciare un uomo solo, non è giusto mettere alla gogna un giornalista che vive sotto scorta minacciato dalla mafia”, ha precisato. Anche l’avvocato di Libera, Giulio Vasaturo, si è associato alle parole di Petrucci. “Si tratta di difendere il lavoro di un giornalista sotto scorta, per il suo impegno contro la criminalità organizzata” – ha spiegato.

Il tabù delle “Mafie di Roma”. All’avvocato Naso, pur prendendo le distanze dai toni usati, durante il processo Fasciani, aveva fatto eco il collega Francesco Giraldi affermando: “la mafia a Ostia? ma dove è? Andate nei paesini della Sicilia, lì dove ancora si respira la mafia nell’aria, si sente sulla pelle. Qui dove sarebbe?”. A stretto giro, in questi giorni è arrivato il commento del procuratore capo di Roma Pignatone: “Per me contano le decisioni dei giudici di Roma e della Corte di Cassazione che hanno riconosciuto fondate le posizioni della Procura”. Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario il 30 gennaio scorso, anche il procuratore generale, Giovanni Salvi, ha richiamato l’attenzione sull’avanzata delle mafie di Roma: “Come è stato possibile questo radicamento di una nuova, ma non ignota, tipologia criminale? Quali anticorpi non hanno funzionato se è stato possibile una così pervasiva influenza sull’amministrazione locale, continuata – sia pure in forme diverse – anche dopo il mutamento di compagine politica?”. Ed è questo il punto su cui si gioca un braccio di ferro “in punta di diritto”: il riconoscimento della “mafiosità” dei clan locali, nati e cresciuti all’ombra del Cupolone. Dopo decenni di negazionismo, con fatica, si è affermata la consapevolezza della presenza nella Capitale dei clan della camorra, della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Sui gruppi criminali che fanno riferimento ai “quattro re di Roma”, invece, si gioca, latente, un’altra partita. E la posta in gioco si fa sempre più alta.

Dalla Banda della Magliana ai processi di oggi.  “Il negazionismo è una cosa terribile, produce effetti devastanti – aveva affermato nel marzo scorso il procuratore aggiunto della Dda di Roma, Michele Prestipino durante la presentazione del Rapporto “Le Mafie nel Lazio”  – ma il riduzionismo è un pericolo ancora più grave, che può produrre effetti più devastanti. E’ un pericolo ancora più insidioso, in quanto non nega il fenomeno ma lo sminuisce fino a scioglierlo nel tutto per cui tutto diventa lindo, impalpabile e quindi inesistente”.  Così, alcuni mesi dopo, nelle aule di giustizia i primi nodi arrivano al pettine e si prova a sminuire, ridurre, minimizzare, la “mafiosità” dei clan autoctoni, le cosiddette “Mafie di Roma” (oltre 10 i clan locali su 88, censiti nelRapporto “Mafie nel Lazio”). E con essa il loro potere, che a più livelli, è custodito nella pancia della città, nel sistema socio-economico che si incrocia e  rafforza il potere delle mafie tradizionali, diventando talvolta base logistica e terreno fertile per un salto di qualità di altre mafie che operano sul territorio. Si tratta di clan che intensificano business criminali tradizionali, operando in maniera illegale anche su mercati legali e mettono alle strette enti locali e operatori economici che denunciano ancora poco pressioni e condizionamenti.  Saranno i processi nei prossimi mesi a fare chiarezza su questi aspetti. Provando a consegnare alcune risposte che mancano da vent’anni, quando le sentenze sulla “Banda della Magliana”  lasciarono aperta la disputa sulla mala romana. La stessa che è oggi alle radici del potere intimidatorio esercitato da “er cecato”, Massimo Carminati, ex della Banda, uomo al centro dell’inchiesta “Mondo di Mezzo” che il 2 dicembre del 2014 ha fatto tremare i palazzi della Capitale e alzare il sipario sulle  “Mafie di Roma”.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE