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Il pensiero tumultuoso di Gaber oggi ci illumina ancora

 

“La libertà
non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione”

Tredici anni senza l’intellettuale del Novecento italiano che sognava di fare la rivoluzione mangiando un’idea nel paese in cui l’arrivo di nuovi concetti, ora come mai in passato, latita.
Il dissacrante, illuminante, ironico, poetico, intelligente Signor G:
Giorgio Gaber.

Manifesti di provocatoria accusa contro la banalità, gli stereotipi della normalità, il falso moralismo, l’arroganza, lo snobismo di una terra dove la modernità ha portato “Cari cari polli di allevamento…”.
Gaber non si sente italiano ma per fortuna o purtroppo lo è, per fortuna per noi che a distanza di anni ritroviamo nelle sue parole la genesi di un paese che ha vissuto molta della sua storia attraverso la domanda: “Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…”, l’analisi di un’ideologia che trova la sua risposta più seria nella confessione: “Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona…”. Pensiero Semplice, onesto, reale nell’infinito dialogo tra “un impegnato e un non so”.

Il ragazzo amante di Jacques Brel che iniziò per gioco come cantante di rock and roll e fece sua la poetica di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, ha saputo attraverso il culto del dialetto, il racconto dell’amore sempre offerto tramutato in ” la cosa”, il senso della coerenza, l’analisi dell’individuo e delle sue contraddizioni o la scelta rara del dipinto degli emarginati come il “Cerutti Gino ladruncolo del Giambellino”, raccontare il “Vorrei essere libero come un uomo” che abita in ognuno di noi, perché nessuno come il Signor G. ha nutrito il desiderio di  “sciogliere i legami del linguaggio” per usare la filosofia di Georges Bataille, scrittore antropologo e filosofo francese.

I pensieri tumultuosi di Giorgio Gaber, come voci venute dall’altrove in cui un uomo incapace di credere male vede il mondo, illuminano ancora oggi il destino di ciascuno di noi senza fine, poiché ai “gabbiani ipotetici” del
Signor G. mai un volo ruberà la morte:

Eppure sembra un uomo
vive come un uomo
soffre come un uomo
è un uomo?
È un uomo!”
Giorgio Gaber.

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