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A fuoco l’auto di Dina Lauricella, autrice del libro inchiesta sulla strage di via D’Amelio

 

Tre automobili incendiate nel cuore della notte. È successo tra lunedì e martedì in via dei Giuochi Istmici a Roma. Tra le auto andate a fuoco anche quella della giornalista Dina Lauricella, autrice, insieme all’avvocato Rosalba Di Gregorio, del libro inchiesta «Dalla parte sbagliata», sulla strage di via D’Amelio e sui depistaggi collegati al caso. È presto per parlare di minaccia, ma i sospetti ci sono. A parlare con Articolo21 di giornalismo e mafia, di minacce e informazione è la stessa Dina Lauricella.

Le hanno incendiato l’auto. Si tratta di una minaccia?
Sono prudente, perché le minacce sono una cosa seria e chi le subisce è sotto scorta, di colleghi che le subiscono ce ne sono tanti e meritano tutta l’attenzione possibile. In questa fase sarebbe anche un po’ esagerato da parte mia cavalcare l’onda della paura. Sono prudente, domani mattina ho appuntamento dal magistrato per fare un esposto, perché comunque che sia doloso pare certo, però onestamente non riesco a sbilanciarmi più di tanto. Questo sia per una questione di rispetto, come dicevo prima, sia per una questione di giusta prudenza che va fatta, secondo me, in una situazione del genere.

In merito al lavoro di denuncia che ha sempre svolto, ha ricevuto altre intimidazioni o minacce?
Non posso dire di aver ricevuto minacce esplicite. Sicuramente ci sono ambienti che hanno dimostrato la loro forte insofferenza, talvolta in maniera davvero poco educata. Questo già basta per far capire la situazione che c’è attorno al libro. Da qui all’attentato, però, ne passa ancora. Nessuno mi ha mandato, ad esempio, una lettera anonima, non c’è stato un preavviso di questo tipo. Sicuramente c’è una ostilità forte di certi ambienti o di certi personaggi che hanno gravitato intorno alla faccenda o alla vita di Scarantino.

Quanto è difficile scrivere di questo, scrivere di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta in Italia?
In realtà io penso che sia facilissimo. In Italia, da nord a sud, tutti i giorni si riserva nella cronaca uno spazio ad argomenti di questo tipo. Non ho mai associato il coraggio a questa attività. Qualcuno che fa questa attività con grande coraggio secondo me sono i piccoli cronisti di provincia, che sono molto esposti rispetto a giornalisti che hanno possibilità di visibilità maggiore a livello nazionale. I cronisti di provincia sono molto molto più a contatto con le realtà criminali che descrivono. È a loro che va il mio pensiero in queste circostanze.

A proposito proprio di questo, querele temerarie e minacce quanto incidono sull’informazione malata italiana?
Le minacce incidono, è vero, ma incidono anche i tre euro con cui vengono retribuiti per pezzo i giornalisti. Se parliamo di libertà di informazione, allora il problema è ancora più a monte, prima ancora delle minacce, quindi sulla regolamentazione di questa professione che scoraggia la libera espressione.

Rischia di diventare il Paese dei «giornalisti impiegati», come diceva Siani.
In qualche modo sì, perché se non viene dato un valore al lavoro che si fa, è chiaro che viene scoraggiata la buona professionalità. In questo periodo sappiamo tutti quanto è difficile questo mestiere per un giornalista che inizia adesso, ma anche per quei colleghi che sono rimasti a spasso causa rosso del loro giornale è molto complicato reintegrarsi. Tra i giovani è ancora più difficile proprio per questo motivo: perché non c’è una regolamentazione che li tuteli proprio a partire dalla remunerazione. E questo sì che è un attacco deliberato e diretto alla libertà di informazione.

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