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Se musulmano equivale a terrorista, le “trappole” in cui cadono i media

 

L’analisi di Giovanni Maria Bellu (Carta di Roma), dopo gli attacchi nella capitale francese. Dalla falsa notizia del terrorista rifugiato al titolo di Libero: “Come giornalisti siamo chiamati ad attenerci alla verità sostanziale dei fatti, e solo a quella. No a stereotipi ed ideologismi”

 

ROMA – I titoli sulla “strage islamica”, la falsa notizia del “terrorista rifugiato”, il dibattito sull’immigrazione, i cosiddetti “nemici in casa”. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi anche alcuni media nazionali hanno ceduto a facili semplificazioni associando la violenza degli attentatori all’intero Islam o riportando alcune bufale. Ma come si fa a evitare queste pericolose trappole? “Non bisogna cedere agli stereotipi e agli ideologismi, non cercare di confermare attraverso le notizie il proprio pensiero, ma soprattutto osservare sempre la regola base di un buon giornalista: quella di attenersi alla verità sostanziale dei fatti” spiega Giovanni Maria Bellu, giornalista e presidente dell’associazione Carta di Roma.

“Bastardi islamici”: se musulmano è uguale terrorista. La prima trappola, e anche la più pericolosa, è quella di associare la violenza terroristica degli attentatori dell’Isis all’Islam, senza distinzione. Lo ha fatto il quotidiano di Maurizio Belpietro Libero, in un titolo che ancora in queste ore sta facendo molto discutere: “Bastardi islamici”. (Su change.org la petizione per la radiazione dall’Albo di Belpietro ha già raccolto 80mila firme e il giornalista è stato querelato). “Rispetto a questo errore ci sono due ordini di problemi distinti – spiega Bellu-. Da una parte c’è chi per una sua posizione politica ed editoriale deliberatamente associa l’islam al terrorismo, dall’altra c’è chi fa questo tipo di confusione non coscientemente, ma solo per l’adozione di alcuni cliché. Nella prima categoria rientra il caso più clamoroso del titolo di Libero, che oltre a essere un’evidente violazione delle regole giornalistiche, (non solo della Carta di Roma, ma anche della Carta dei doveri giornalisti) pone anche dei problemi di ordine penalistico, in quanto offende una comunità intera e può essere visto come un’istigazione all’odio”. Altrettanto pericoloso, però, è chi confonde i termini senza una volontà precisa. “Nella seconda categoria rientra chi non fa questa scelta deliberatamente, oppure utilizza alcuni termini senza riflettere anche sugli effetti che produce.  E’ il caso del Messaggero  che ha titolato “Strage islamica” – aggiunge Bellu -: un titolo che ha una pretesa di oggettività, perché è oggettivo che sia una strage e che gli attentatori si dichiaravano di religione islamica, quello che non si avvete, però, è che così si sta dicendo che l’Islam è un aspetto specifico di questa strage. Coorentemente allora avremmo dovuto titolare sulla strage in Norvegia, compiuta da un fanatico cattolico: ‘Eccidio cattolico’?. E’ chiaro che così si alimenta un clima di scontro”. Secondo Bellu questo tipo di semplificazioni, inoltre, possono anche prestare il fianco alla propaganda: “Il reclutamento dei terroristi viene fatto in fasce che vivono una condizione di estrema fragilità sociale e culturale – spiega – e che sentendosi emarginate possono diventare una facile preda. Se fossi un reclutatore sarei grato a Belpietro e al Messaggero perché hanno dato un ottimo argomento su cui fare proselitismo”.

Il presidente dell’Associazione Carta di Roma chiede, dunque, di attenersi per prima cosa, alle regole professionali: “La Carta di Roma non è un manifesto per giornalisti buoni, ma un  codice che vale per tutti i giornalisti italiani. L’associazione Islam e terrrorismo noi la respingiamo, ma non per una nostra posizione politica e culturale, ma perché è un’informazione falsa. Bisogna capire che in questi casi non si tratta di notizie cattive o politicamente corrette ma di falsità: la prima regola scritta nella legge istitutiva dell’Ordine dice chiaramente che siamo chiamati a restituire la verità sostanziale dei fatti – sottolinea – Appartiene alla verità sostanziale dei fatti che tutti i musulmani siano terroristi? No, quindi è un’informazione falsa, punto”.

L’effetto trascinamento: dal terrorismo alla lotta all’immigrato. L’altro meccanismo trappola è quello del trascinamento delle notizie: nel caso della strage di Parigi si è subito riaperto il dibattito sull’immigrazione come rischio per la sicurezza delle nazioni. “Quando si è diffusa, anche in maniera ambigua e confusa, la notizia che forse uno dei terroristi fosse entrato come rifugiato una parte dell’informazione, che da tempo sosteneva il rischio dell’arrivo di terroristi con i barconi, ha pensato che fosse arrivata la conferma di quanto scrivevano– aggiunge Bellu – assetati dall’entusiasmo hanno scritto una sciocchezza. Lo hanno fatto anche altri per dare la notizia per primi e non prendere i buchi. Questa esigenza, che è tipica del giornalismo, va sempre conciliata con la correttezza”. Inoltre, l’altra avvertenza è di contestualizzare  l’informazione. “Anche se si fosse trattato effettivamente un rifugiato, a fronte dei settecentomila entrati in Europa solo quest’anno non credo che avrebbe confermato la teoria dei terroristi che sbarcano sulle nostre coste. Come Carta di Roma abbiamo sempre sottolineato che va data una giusta proporzione alle cose”.

Il nemico in casa: “ricordiamo la normalità che esiste”. Dal momento che, secondo le prime notizie, alcuni degli attentatori di Parigi erano di nazionalità francese, di seconda generazione, è riesploso anche il dibattito sui cosiddetti “nemici in casa”. “Dobbiamo evitare stereotipi e ideologismi – conclude Bellu -. Va ricordato e sottolineato il positivo e la normalità che esiste. In Italia per esempio, già negli anni 50 avevamo zone e quartieri popolati da immigrati interni, soprattutto meridionali, in cui prevalevano atteggiamenti xenofobi perché queste persone erano considerate criminali. Un’altra parte del paese, però, faceva notare che le persone non nascono buone o cattive, ma sono condizionate da come vivono, dalla scuola e le opportunità che hanno. Non si capisce perché questo criterio non lo si applichi anche per le situazioni che si incontrano nelle banlieu – conclude -. Il fatto che ragazzi di seconda generazione possano essere considerati più facilmente preda di proselitismo sottolinea il fallimento della società francese. E’ questo il problema su cui si dovrebbe riflettere”. (ec)

Da redattoresociale

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