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Non nel mio nome

 

La minaccia del terrorismo paralizza la capitale d’Europa, scrive El Pais. “Bruxelles chiude”, Corriere. “Incubo terroristi”, Repubblica. “Paura nel cuore d’Europa”, la Stampa. La “capitale d’Europa” si scopre per quello che da tempo è, un non luogo, pezzi separati incollati col postick, vetrina e cuore nero del vecchio continente. Al tempo della “marcia bianca”, dopo l’affare Dutroux, assassino e torturatore di ragazzine, ero andato anche a Molembeek, il quartiere oggi al centro dell’attenzione, e avevo potuto constatare come tanti giovani islamici fossero convinti che il mostro “lavorava” per politici, massoni, potenti, tutti vicini alla Corona. Giudizio giudizio (o pregiudizio) fotocopia nei quartieri fiamminghi, dalla bocca di giovane mamme bionde e di papà in bicicletta. Su Repubblica Andrea Bonanni parla oggi di un “mondo di sopra”, la Bruxelles europea degli “ex pat, funzionari, lobbisti, diplomatici, giornalisti, gente del Parlamento, della Commissione, della Nato”. Poi di “un mondo di mezzo”, la città divisa tra fiamminghi e valloni. Infine del “mondo di sotto: fatto di donne velate e di uomini in djellaba”. Lettura semplificata, ma che racconta Bruxelles come un non-luogo, forse proprio per questo capitale di una non-Europa.

Ecco l’Islam moderato: mille persone, il Giornale. Ieri sono stato alla manifestazione di Milano. Non erano molti i musulmani in piazza San Babila alle 3 del pomeriggio: piccoli gruppi di volenterosi attivisti delle comunità del nord Italia. “No al terrorismo, sì alla moschee”.Nel discorso di un loro rappresentante “laico” molto anti imperialismo: contro gli attentati e i bombardamenti, le stragi e le guerre di Bush. M’è parso di cogliere la difficoltà di questi musulmani nel loro mondo: se parlano di politica si trovano a fare i conti con un sentimento che riunisce carnefici e vittime, perchè le vittime (Dio le abbia in gloria!) farebbero comunque parte di un sistema colpevole di aver umiliato il mondo dei carnefici, i quali parlano comunque in nome dell’Islam, anche se in modo blasfemo. In seguito un cultore del Corano e della spiritualità islamica ha parlato come Papa Francesco: un solo Dio, dialogo tra le religioni, Al Bagdadi “un farabutto che bestemmia Allah incitando a uccidere”. La piazza si andava riempiendo: borghesia islamica, milanesi solidali. Alla fine la manifestazione è stata un successo. Non serve chiedere ai musulmani d’Italia -come fa oggi Pierluigi Battista sul Corriere- più garanzie, né pretendere che giurino fedeltà ai valori dell’illuminismo, a casa nostra contestati da cristiani di destra. Piuttosto coinvolgerli in una battaglia comune, come fa il Papa.

La storia ingoia una politica piccola piccola. Ilvo Diamanti ci spiega come il quadro politico si vada semplificando. 31,6% di voti potenziali al Pd, 27,4% ai 5 Stelle. Difficile che la destra unita (Lega 14,1% più Forza Italia 12,8) superi lo scoglio del primo turno, tanto più che è data largamente perdente ( 44,3% contro 55,7) al ballottagio con il Pd. Invece lo scontro Pd – 5Stelle si giocherebbe sul filo di lana: “una distanza di poco più di 4 punti, 52% a 48%, si traduce -scrive Diamanti- in una differenza di 2 punti. Perché ogni punto in più per una lista è sottratto, automaticamente, all’altra. In altri termini: ogni esito pare possibile”. Prima delle politiche, le sfide amministrative, con  M5 “non più condannato all’opposizione” e con il Pd alla prova primarie: Bassolino si candida a Napoli contro il parere contrario di Renzi.

In realtà piccola piccola è l’intera classe dirigente. La gente che discute nei bar di Parigi e del Mali, delle paure di Roma e di Bruxelles, lo sa, e non si aspetta troppo da intellettuali, giornalisti, politici, imprenditori. Sui giornali compaiono i commenti più disparati. Filosofi (Finkielkraut, Repubblica) che si flagellano: “con il colonialismo abbiamo generato la jihad”, economisti (Piketty, sempre Repubblica) che chiedono di correggere le disuguaglianze, architetti (Piano, Corriere) che difendono le periferie, sociologi (Khosvrokhavar, il manifesto) che propongono piuttosto una chiave psicologica per spiegare i kamikaze. La battaglia per il sol dell’avvenire è prima culturale che politica

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