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I casi di Nettuno e Formia

Mafia Capitale oltre Roma.
I casi di Nettuno e Formia

 

La storia di Mafia capitale che sarà per più di cento udienze all’attenzione degli italiani che leggono qualche giornale e vedono, ogni sera o pomeriggio, un telegiornale pubblico o privato, si arricchisce per chi vuole capire meglio la situazione che si è determinata nella regione Lazio di un altro capitolo che precisa in maniera adeguata l’insieme dei sistemi criminali che sono cominciati ad emergere dall’atto di accusa della Procura della Repubblica di Roma ma che si estendono fuori della capitale sulla costa tirrena da Nettuno a Formia, nella provincia di Latina dove è stata da poco operata dalla magistratura romana una confisca di 12 milioni di euro ad una potente famiglia mafiosa a Latina nei luoghi in cui ci sono forti investimenti dei broker dei rifiuti a Sperlonga e sono stati sequestrati altre centinaia di milioni all’agguerrito clan dei Mallardo che aveva deciso di riciclare sulle coste laziali i fondi del suo florido business.

La mafia da queste parti piazza lungo la costa i suoi soldati che si fanno sentire dettando legge su ogni attività che vi si svolga in modo silenzioso e subdolo. Ma che sono pronti a tirar fuori le armi se qualcuno non accetta le loro leggi.  L’asse che ha al suo interno il clan Mallardo e altri fortilizi criminali è quello che parte da Nettuno, l’unico comune sciolto per mafia già prima di quello di Ostia, all’estremo Sud del territorio metropolitano. Si infila sulla strada Pontina, avvolge Latina  attraversa le spiagge alla moda tra Sabaudia e San Felice Circeo per terminare a Fondi, la città che per il prefetto Bruno Frattasi era stata governata per un decennio da una struttura amministrativa infiltrata da ‘ndrangheta  e camorra.

Non c’è dicono quelli che lo conoscono un confine ben definito: è un territorio liquido, magmatico, che cambia conformazione ed alleanze, a cavallo tra la provincia di Frosinone-devastata da un’industrializzazione sovvenzionata e clientelare che ha lasciato una sorta di deserto dei tartari e la costa d’oro degli investimenti milionari sempre più sospetti. La provincia di Latina -ora che è cominciato a Roma il grande processo su Mafia-capitale  appare sempre di più come un avamposto, protagonista di una sorta di grande camera di compensazione dei sistemi criminali presenti nella regione. Solo qualche giorno fa la squadra mobile di Latina ha messo le mani su dodici milioni di euro riconducibile al gruppo camorristico dei Di Silvio.

Un mese fa la DDA di  Reggio Calabria ha colpito il clan  Comisso-Macrì di Siderno che gestiva una rete inter nazionale di narco-trafficanti. Il gruppo operativo era in un magazzino di fiori nella periferia di Latina di proprietà della famiglia calabrese Crupi. Più avanti a Fondi opera da decine di anni il principale mercato orto frutticolo del Centro Italia, il MOF, finito per due volte al centro di un’inchiesta della DIA di Roma:il monopolio di frutta e verdura destinata a mezza Europa era, secondo la commissione parlamentare antimafia, in mano a un cartello gestito dalla Camorra e da Cosa Nostra   con un ruolo importante gestito direttamente dai vertici siciliani dei corleonesi. E sempre a Fondi era destinato un carico di tritolo, intercettato in Puglia pochi mesi fa, pronto ad essere utilizzato per un attentato a un imprenditore del mercato della frutta.  A Latina si è affermato negli ultimi anni un gruppo criminale feroce e pericoloso legato all’ex PDL ,sono i Ciarelli-Di Silvio di origine Sinti, parenti diretti dei Casamonica romani. Negli anni Novanta hanno avuto contrasti diretti con i casalesi e spingevano dal Sud pontino per entrare nella capitale. Carmine Ciarelli, uno dei re di Latina, nel 1996 denuncia un tentativo di estorsione da parte dei Mendico, gruppo legato direttamente a Michele Zagaria, uno dei capi del clan di Casal di Principe. Chiedevano 50 milioni di lire al mese per “mettersi a posto”. Iniziò una piccola guerra e i Sinti mantennero il loro potere, crescendo e dominando la città. Nei negozi alla moda di Latina bastava una loro telefonata per avere migliaia di euro in vestiti di marca senza pagare nulla.  I Di Silvio hanno basato il loro potere -e il consenso, quel misto tra ammirazione  e sotto missione-sullo sport per eccellenza.

Prima squadra amatoriale del Foro Boario, cresciuto nella zona del Pantanaccio, il quartiere controllato millimetricamente dalla famiglia. Poi il grande salto, il Latina Calcio, dove “Cha Cha” univa le funzioni di magazziniere con quelle, più di peso, di capo indiscusso della tifoseria. Era lui a decidere chi entrava nello stadio, si legge nelle intercettazioni  ambientali dell’inchiesta, che ha portato a metà ottobre a 24 arresti e al sequestro di una ventina di im prese  per 12 milioni di euro. Lo faceva forte del rapporto quasi simbiotico-simbolico-con il presidente della squadra Pasquale Maietta. Deputato di Fratelli d’Italia, un passato da nero doc, il politico di Latina oggi si alterna tra la squadra alle prese con il campionato in serie B,il ruolo di tesoriere del partito alla Camera  la professione di commercialista. Quando a Latina un anno minacciarono pesantemente il giudice Lucia Aiello, Maietta preferì passeggiare per Latina insieme a Cha Cha ,il leader emergente del gruppo criminale in ascesa  dopo le condanne del processo Caronte che hanno  colpito duramente la famiglia Ciarelli. E a chi faceva notare la vicinanza inopportuna Maietta mandava lo stesso Costantino Di Silvio per risolvere la questione. E questo gesto ha procurato al deputato l’iscrizione nel registro degli indagati per minacce. Insomma, fuori della capitale ma proprio vicini, il litorale laziale conserva molte tossine criminali sparsi in un territorio ristretto dove alcuni clan si contendono il potere e dominano comunità di città medie e piccole con i mezzi abituali.    

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