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La catena d’oro dell’Is

 

Seconda puntata sullo Stato islamico. I  lettori  scrivono perché l’argomento interessa la maggior parte di loro e chi scrive cerca di rispondere tempestivamente.  Il presidente della Russia Vladimir Putin ha parlato di una “catena d’oro” (è l’espressione usata per Al Qaeda quando era in circolazione Osama Bin Laden) che quaranta paesi(alcuni sono membri del G20 che si è riunito di recente ad Antalya in Turchia) hanno versato all’IS. Ma ha precisato che si tratta essenzialmente di “individui privati”, di traffici di petrolio scoperti dai satelliti spia, di rapporti sotterranei. Le offerte esterne ammonterebbero a 40 milioni di dollari.

Fonti irachene e statunitensi hanno fornite diverse valutazioni sul tesoro di cui dispone l’autoproclamatosi secondo califfo Abu Bakr al Baghdadi che sembra oscillare sui due miliardi di dollari. A sua volta l’Overseas Security Advisor Council ha parlato di un miliardo. E,se si calcolano i costi degli attentati più noti si può stabilire che l’attacco alle ambasciate in Africa nel 1998 è costato 50 mila dollari, l’attacco alla nave Cole nello Yemen è costato diecimila dollari, quello alle Torri Gemelle  a New York l’11 settembre del 2001 è costato 500 mila dollari, la bomba all’hotel Marriot di Giakarta nel 2003 è costato 30 mila dollari, le bombe a Londra nel 2005 sono costate 14 mila dollari, l’attentatore al giornale Charlie Hebdo a Parigi e l’attentatore di Parigi  in un attentato che ha provocato 129 morti ha ricevuto 2500 dollari. I signori del  Golfo aiuterebbe-secondo alcuni analisti-il Califfato per due motivi :solidarietà per la campagna islamista; tangente per evitare di essere colpiti.

Se dai finanziamenti si passa alle armi di cui dispongono i maggiori Paesi che possono essere colpiti dai militanti dello Stato islamico o che fanno (o faranno in seguito) parte della coalizione  sulla carta avversa all’IS si può scoprire che la spesa militare maggiore è quella che si addossano la Russia di Putin (4,8% sul PIL, l’Arabia Saudita(4,5%),la Francia(3,5%),Stati Uniti(34%),la Cina (12%). Insomma la spesa militare complessiva è stima ta, secondo i calcoli del SIPRI di Stoccolma, in 1.776 miliardi di dollari, poco meno dell’intero Prodotto interno lordo italiano e il 2,3% del PIL globale. Non a caso il volume del mercato internazionale degli armamenti è in crescita: nel periodo 2010-2014 ha superato del 16% i livelli registrati nel periodo 2005-2009.

Non ho scritto questo breve articolo per sconcertare i lettori ma per fornire, grazie ai calcoli fatti finora, notizie utili a rendersi conto dei pericoli che si corrono quando invece di confrontarsi con le idee magari diverse si prendono le bombe e i kalasnikov.  

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