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La politica, la giustizia e il pericolo del vuoto

 

È accaduto sabato a Roma, nel corso di una manifestazione indetta dal movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, in difesa del pm di Palermo Nino Di Matteo, condannato a morte da Riina nel corso di una sorta di papello orale trasmesso al boss della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, nel cortile del carcere in cui sono rinchiusi entrambi.

È accaduto che mi ritrovassi insieme a persone diverse rispetto alle mie abituali frequentazioni e che mi tornassero in mente i giorni dell’adolescenza, quando scendevamo in piazza contro Berlusconi e gli chiedevamo conto delle sue frequentazioni con Dell’Utri e Mangano, sostenendo che un personaggio del genere, imbottito di processi, accuse per reati gravissimi contro la pubblica amministrazione e conflitti d’interessi che inducevano i suoi stessi sostenitori a considerarlo un’“anomalia” per gli standard occidentali, non potesse continuare a governare il Paese.

È accaduto, oltretutto, in un luogo simbolo della sinistra italiana degli ultimi vent’anni: piazza Santi Apostoli, la piazza dell’Ulivo, il luogo in cui festeggiammo Prodi nel ’96 e nel 2006, quando ancora credevamo che fosse possibile imprimere all’Italia un cambiamento in senso progressista, lasciandoci alle spalle sia il baratro di Tangentopoli, col conseguente scombussolamento del quadro politico nazionale, sia l’abisso berlusconiano delle leggi bavaglio e vergogna, dell’“editto bulgaro” contro Biagi, Santoro e Luttazzi, dall’assurdo sostegno alle guerre di Bush in Afghanistan e in Iraq, del razzismo leghista e di mille altri disastri che stiamo tuttora pagando a caro prezzo.
Santi Apostoli, dunque, è un luogo dell’anima, un tempio della buona politica, un emblema di quella resistenza morale, culturale e civile che troppo spesso è mancata in questi anni, come denunciò proprio Articolo 21 la sera del 5 aprile 2011, quando ci ritrovammo in quella piazza per la “Notte bianca della democrazia”, contro l’ennesimo tentativo di un governo ormai, di fatto, senza maggioranza di frenare l’azione investigativa dei giudici e mettere la mordacchia all’informazione.

Era appena quattro anni fa e ancora ci credevamo. Credevamo, ad esempio, che il PD fosse un partito di sinistra, tant’è vero che, prima di scendere in piazza con Articolo 21, ci eravamo recati al Pantheon ad ascoltare un Pierluigi Bersani in grande spolvero che garantiva a una base desiderosa di elezioni e cambiamento che il suo partito avrebbe fatto tutto il possibile per mandare a casa Berlusconi al più presto.

Era appena quattro anni fa e personaggi oggi insospettabili di una sincera propensione per la democrazia e la libertà d’informazione manifestavano insieme a noi, giurando che una volta al governo avrebbero smantellato museruole e bavagli, restituito dignità all’informazione degna di questo nome e sostenuto i giudici nella loro strenua lotta contro la criminalità organizzata e il malaffare, già allora ammorbante, dei colletti bianchi.

Era appena quattro anni fa e il guaio, o se vogliamo la tragedia, è che molti dei sinceri democratici di allora oggi votano senza colpo ferire le stesse censure e gli stessi bavagli contro cui all’epoca si scagliavano con apparente convinzione, dimostrando a chi aveva riposto in loro la propria fiducia che non volevano davvero combattere quel potere, o quanto meno quel modo di gestire il potere, ma essere quel potere e gestirlo esattamente nella stessa maniera dei propri presunti avversari, ormai alleati nel regime “sine die” delle larghe intese inaugurato e difeso a spada tratta da Napolitano.

Era appena quattro anni fa quando, una sera di novembre, ci ritrovammo in piazza Montecitorio a sventolare le bandiere di tutti i partiti dell’opposizione, comprese quelle di Futuro e Libertà, accanto agli amici del Popolo Viola con i quali avevamo manifestato in mille piazze e combattuto numerose battaglie per rendere migliore questo paese, sognando un’Italia giusta e pulita e provando a costruirla insieme a partire dalla fantastica primavera di quell’anno, quando liberammo Milano dalla cappa ventennale del berlu-leghismo, attraverso un’esperienza civica e partecipata da tutto il centrosinistra, e vincemmo i referendum contro il nucleare e il legittimo impedimento e in difesa dell’acqua pubblica.

Ci sembrava ormai scontato che si tornasse alle urne, che insieme a Berlusconi e ai suoi scandali ci si potesse liberare finalmente anche del berlusconismo e che si potesse voltar pagina insieme.
Invece, soprattutto per responsabilità dell’allora presidente Napolitano, evidentemente pressato dalle cancellerie internazionali e purtroppo a sua volte convinto dell’inadeguatezza dei vertici democratici dell’epoca a varare le “riforme” lacrime e sangue che ci erano state chieste dalla famigerata lettera della BCE, l’Hallelujah di Händel, suonato e intonato sotto le finestre del Quirinale mentre Berlusconi rassegnava le dimissioni, non segnò l’inizio di una nuova stagione ma la prosecuzione dell’eterno gattopardismo italiano, non più sguaiato e coperto di vergogna ma garbato e presentabile nei consessi internazionali; tuttavia identico, benché il Loden di Monti avesse preso il posto del doppiopetto del predecessore.

Quelli come me, l’ho già scritto, di quella tragica stagione sono pienamente colpevoli: non siamo passanti, non ci siamo battuti strenuamente per i diritti dei lavoratori, non abbiamo contrastato i provvedimenti del governo cosiddetto “tecnico”; al contrario, li abbiamo sostenuti e difesi con una foga quasi ridicola, un vigore stalinista, una furia isterica che alla fine ci ha travolto, essendo le nostre certezze fondate sul nulla della nostra devastante presunzione.

Difendemmo le lacrime di coccodrillo di Elsa Fornero ignorando quelle dei poveri cristi che, a causa della sua riforma, si sono ritrovati nelle pesti: senza pensione, senza stipendio e senza alcuna prospettiva per il futuro. Varammo il Fiscal compact, introducendo il pareggio di bilancio in Costituzione, guidati da un furore liberista col quale credevamo di poterci accreditare presso i santuari del pensiero unico, nella speranza che fossero benevoli e non ci ostacolassero, qualche mese dopo, nel tentativo di diventare maggioranza nel Paese.

Schernimmo e deridemmo un giovane candidato sindaco a Parma, sì pure questo abbiamo fatto, asserendo con suprema arroganza, prima del ballottaggio, che avremmo disputato “la finale di Champions contro una squadra di Serie B”: il risultato fu la vittoria di Pizzarotti e la strameritata sconfitta di un partito che già allora mostrava gli evidenti limiti di tutte le compagini logorate dal ventennio berlusconiano, con l’anima, la fronte e il cuore solcati dalle rughe di troppi errori e di troppi cedimenti.

E quelli come me, lo ribadisco, benché non abbiano materialmente votato certe schifezze, benché non abbiano detto pubblicamente certe frasi, hanno addosso una colpa non meno grave e devastante: quella di aver taciuto, assecondato, applaudito mentre si compiva tutto questo disastro, rinnegando se stessi, le proprie idee, le proprie convinzioni e la propria visione del mondo nella speranza di essere chiamati, in qualche modo, a far parte del nuovo potere. Non potevamo vincere, non ne eravamo degni, dopo quest’ultimo, doloroso smacco inferto alla nostra gente, la quale ci chiedeva incessantemente coerenza, onestà intellettuale, dignità e riceveva in cambio solo qualche vaga rassicurazione sul fatto che avremmo portato avanti la carneficina sociale in atto ma con minore ruvidezza.

Sia chiaro: non ce l’ho con Bersani né con i vertici del PD di allora. Hanno commesso una miriade di errori ma sono assolutamente convinto che fossero in buona fede. Io stesso, del resto, all’epoca ero lontano anni luce da questa presa di coscienza; anzi, sono stato tra i critici più aspri e severi nei confronti di quello che mi appariva unicamente come un movimento populista e privo di proposte concrete, al quale non ho mancato di riservare una dose sotterranea di odio nei mesi immediatamente successivi alla notte del 25 febbraio 2013.

Ciò che non accettavo, all’epoca, non era tanto che avessero, di fatto, vinto loro; ciò che non accettavo era di guardarmi allo specchio e riflettere seriamente su cosa fossi diventato: non accettavo la verità, una colpa intollerabile per un giornalista e per un militante politico che voglia andare leggermente al di là della mera agitazione propagandistica.

Non accettavo che fossero loro a sostenere molte delle idee che avrei voluto veder proporre dalla mia parte politica; non accettavo che per la presidenza della Repubblica fossero loro a proporre Rodotà mentre noi proponevano un brav’uomo ma oggettivamente inadeguato al ruolo come Marini; non accettavo il loro diniego di fronte alle sincere aperture di Bersani, senza rendermi conto di ciò che una delle menti più lucide di quel movimento avrebbe ben spiegato qualche mese dopo: il PD, già allora, non era Bersani e nemmeno Letta o la Bindi; era già il Partito della Nazione, il partito dei centoventi che hanno affossato Prodi, il partito delle larghe intese permanenti, il partito che non era voluto tornare alle urne nel 2011 un po’ per non perdere i vitalizi, un po’ per paura di doversi sporcare le mani con riforme impopolari, come se in politica fosse possibile nascondersi, come se fosse possibile dire: “È stato Monti!” quando in decine e decine di dichiarazioni i vertici del PD rivendicavano con orgoglio di averlo voluto loro e di essere determinati a sostenerlo fino alla fine.

In politica non si scappa, non si può scappare né ci si può illudere di governare senza sporcarsi le mani. E qui veniamo a un grande limite, a una grande questione irrisolta nel mondo stellino: devono decidere cosa vogliono fare da grandi, se vogliono continuare ad essere la magnifica opposizione che sono stati fino ad oggi, della quale onestamente si avvertiva il bisogno, o se vogliono diventare finalmente una credibile alternativa di governo. La mia paura è che al loro interno siano vere entrambe le risposte, riproponendo la dicotomia irrisolta della primavera del 2013 fra la Gabanelli (ossia un’ottima giornalista, emblema della marcatura stretta al sistema e alle sue nefandezze) e Rodotà (simbolo della politica migliore, della passione civile autentica, dell’impegno in battaglie essenziali per la nostra democrazia e dell’autorevolezza giuridica che prevale sulle urla e sui proclami sguaiati).

All’epoca scelsero la politica, così come l’estate scorsa quando, proponendo Freccero, misero a nudo tutti i limiti, le contraddizioni e l’inadeguatezza delle altre forze politiche; alle Amministrative si vedrà e sta a loro dimostrare di essere all’altezza della fiducia che giustamente chiedono.

Una cosa, però, ci tengo a ribadirla: io non sono grillino, non li ho mai nemmeno votati, anche se alle scorse Regionali, in alcuni casi, ho invitato la mia parte politica a sostenere i loro candidati per garantire alle singole regioni se non un governo all’altezza quanto meno un’opposizione cospicua e degna di questo nome; non li ho votati e, in primavera, almeno al primo turno, vorrei sostenere i candidati della nascente sinistra affinché la nostra storia e la nostra tradizione culturale non vada perduta. Ciò detto, non accetto più che questi ragazzi vengano offesi, umiliati e insultati di continuo con accuse infamanti, visto che quando sono stato in piazza in difesa della scuola pubblica, dell’acqua pubblica, delle vittime della strage di Viareggio, contro il nucleare, contro censure e bavagli, a favore dei pm di Palermo minacciati dalla mafia e contro gli stravolgimenti della democrazia e della Costituzione tentati da vari governi negli ultimi anni, loro ce li ho trovati sempre, altri assai meno.

Se ho deciso con convinzione di chiedere scusa e tendere la mano a questo mondo è perché mi sono reso conto che c’erano anche quando non si erano ancora messi in gioco in prima persona, che c’erano anche quando li detestavamo, che c’erano anche quando li guardavamo dall’alto in basso, quasi con compassione, e loro ne soffrivano moltissimo ma nonostante tutto erano lì perché, evidentemente, in quei valori ci credevano davvero.

Certamente dovranno crescere, certamente dovranno maturare, certamente dovranno sciogliere alcuni nodi e risolvere determinate contraddizioni, ma una cosa è sicura: una sinistra degna di questo nome non può non allargare le braccia a tanti suoi ex elettori e militanti che ci hanno abbandonato per il semplice motivo che noi abbiamo abbandonato, tradito e deluso loro, permettendoci pure di definirli “fascisti”, “populisti” e via calunniando solo perché hanno deciso di cercare altrove le risposte che noi non eravamo più in grado di fornire.

Una sinistra degna di questo nome si definisce in base alla battaglie che compie e su lavoro, ambiente, scuola, legge elettorale, difesa della Costituzione, tutela del paesaggio e del territorio, cultura, giustizia e pacifismo non vedo oggi un interlocutore migliore di loro per affrontare insieme sfide che nessuno può illudersi di vincere da solo.

Dal canto loro, è ovvio che dovranno riflettere attentamente sulle parole di don Lorenzo Milani, il quale ci ha insegnato che non ha senso avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca. Se vogliono essere una vera forza di governo, pertanto, non possono pensare di prendere la padella per il manico: sul fondo colmo d’olio, lurido e ustionante, dovranno metterci le mani e tentare di ripulirlo, altrimenti il vuoto finirà per prevalere sulla politica e nessuno di noi avrà alcuna possibilità di guardare al futuro con ottimismo.

Se ho scritto quest’articolo è perché so che al loro interno ne stanno parlando, so che si stanno interrogando, so che stanno iniziando a fare i conti con la complessità della politica e so anche che tante persone che mai avrebbero pensato in vita loro di poterli prendere in considerazione, quanto meno come interlocutori, stanno iniziando a ricredersi. So, ad esempio, che Enrico Letta, a luglio, ha detto espressamente che il più grande errore della sua vita politica è stato quello di non aver capito il boom del M5S: conoscendo Enrico, so che è un uomo che non vive di dogmi e di certezze, che si interroga, che ha dentro di sé quella curiosità intellettuale, quella saggezza e quell’apertura mentale propria della sinistra democristiana che lo porta a porsi innumerevoli domande prima di puntare il dito o di giudicare in base a dati parziali ed inesatti.

Quanto a me, non ho remore ad ammettere che l’incontro con questo mondo, nato dai nostri sbagli, dai nostri tentennamenti e dalle nostre difficoltà nel leggere e nell’interpretare la dinamica realtà di questo tempo, mi ha cambiato e reso migliore. Sta a loro, adesso, capire che dal confronto, dal dibattito e persino dallo scontro si può solo uscire arricchiti; che il pericolo del vuoto, se non riusciremo a colmarlo, è reale, in quanto vi si può inserire di tutto, specie in una fase storica così confusa e irrazionale, e che soltanto andando insieme si può andare lontano.

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