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“Tutti i giornalisti dovrebbero essere ‘giornalisti giornalisti’. Non esiste una via di mezzo”. Intervista ad Andrea Palladino

 

Non solo Mafia Capitale. Fuori da Roma le dinamiche si ripetono, i protagonisti cambiano ma restano meccanismi e risultati. Il matrimonio tra sistemi criminali e politica si manifesta in tutta la sua forza anche a Latina, dove l’operazione Don’t touch scoperchia una rete di rapporti malati che vedeva volti noti della politica locale e quelli grigi del malaffare andare a braccetto. La questura di Latina, sotto la guida di Giuseppe De Matteis, fa un gran bel lavoro: mette nero su bianco fatti e nomi e decapita il sistema criminale. A coadiuvare il lavoro delle istituzioni ci sono diversi giornalisti, che, coscienti dell’importanza di denunciare e di informare i cittadini, si ritrovano in situazioni sgradevoli e delicatissime. Vittorio Buongiorno, caporedattore della sezione di Latina del Messaggero, una domenica mattina dello scorso gennaio, viene avvicinato da uno dei protagonisti dell’inchiesta, l’imprenditore Gianluca Tuma, che lo minaccia di morte: «Hai visto cos’è accaduto in Francia a chi usa scorrettamente la penna?», con chiaro riferimento alla strage parigina al Charlie Hebdo. Buongiorno, però, non si piega neppure davanti a questo e, da giornalista con la schiena dritta quale è sempre stato, tira dritto e continua a fare il suo mestiere: scrive e denuncia. «Voglio fare cronaca, voglio fare il giornalista», dice, e lo fa. I contraccolpi di Don’t touch Latina li sente anche Andrea Palladino, altra penna impegnata da sempre nello sviscerare il pontino denunciandone il marcio. Collaboratore de ilfattoquotidiano.it, Andrea Palladino è stato preso di mira da un esponente di Ncd e insultato pesantemente più volte su Facebook. Il perché è lo stesso Palladino a spiegarlo ad Articolo21.

Con l’inchiesta Don’t touch Latina non viene solo decapitato il clan Di Silvio, ma viene a galla l’intreccio tra malaffare e politica. Sei stato tra i giornalisti che ha denunciato pezzi di questa rete di poteri sporchi e in tutta risposta hai ricevuto degli insulti pesantissimi. Che cosa è successo?
C’è stato un articolo in cui avevo riportato una intercettazione ottenuta da un’ordinanza cautelare della Procura di Latina relativa all’operazione Don’t touch. In quest’intercettazione era nominato questo politico di Ncd che ha avuto una condanna in primo grado per associazione per delinquere. Io ho semplicemente riportato la notizia, ricordando chi fosse questo politico uscito fuori dall’intercettazione. Tutto qua. Questo è stato l’articolo che ha dato miccia alla vicenda. Dopodiché lui ha fatto cinque, sei post su Facebook di insulti nei miei confronti e anche nei confronti di mio padre, che è deceduto da due anni e che era un magistrato integerrimo e rigoroso, tirando fuori vicende abbastanza lontane nel tempo che avevano visto la condanna di alcuni personaggi per calunnia nei confronti di mio padre. Questo tipo di attività si commenta da sola.

Quanto è difficile fare il cronista di provincia e quanto è facile, invece, ricevere risposte del genere?
La difficoltà nel fare il cronista in questo momento di transizione, di riassetto di poteri politici più o meno evidenti è palese. È chiaro che siamo in un momento particolarmente delicato per la politica italiana, quindi il raccontare o il fare inchiesta sui punti di contatto che esistono tra i sistemi criminali e il sistema politico ovviamente non è facile, perché si rischiano reazioni come quella gravissima che è accaduta al collega del Messaggero Buongiorno o insulti e toni minacciosi come è accaduto a me. La difficoltà deriva anche dal riuscire a far capire ai lettori e alle redazioni come certe vicende abbiano un’importanza chiave in questo momento. E non è facile. Per quanto riguarda il ricevere minacce e insulti, è un fenomeno questo che sta diventando sempre più diffuso. Quando si è “fortunati” si ha la querela intimidatoria, che comporta tutta una serie di spese e problemi che possono durare anche anni. Dipende, poi, anche dai soggetti che si incontrano: ci si può trovare insultati, ci si può ritrovare minacciati, e si può incappare in situazioni del genere sempre più facilmente. Sarebbe fondamentale far capire quant’è prezioso, invece, il bene dell’informazione, farlo capire anche allo stesso sistema politico, facendo quindi comprendere l’importanza di un sistema di informazione realmente indipendente, professionalmente capace di raccontare storie e fare inchieste sullo stesso sistema politico e sui sistemi criminali che in Italia sono una vera emergenza – basti vedere le inchieste degli ultimi anni per capirlo –. Sarebbe fondamentale far capire un po’ a tutti che per la stessa democrazia è fondamentale tutelare chi svolge una funzione costituzionale di controllo anche del potere.

Quindi è quel “giornalista giornalista” di cui parlava Siani.
Tutti i giornalisti dovrebbero essere “giornalisti giornalisti”. Non esiste una via di mezzo: o fai il giornalista o fai un altro mestiere. Questo vuol dire anche richiamare un po’ alla responsabilità i colleghi giornalisti: bisognerebbe che ci fosse uno sforzo da parte di tutti quanti di lottare con i denti sempre per la propria indipendenza. Questo è fondamentale. Secondo me il giornalista si fa solamente in una maniera, non ci sono più maniere per farlo.

E a che punto siamo in Italia con questo tipo di giornalismo?
Ci sono dei problemi. C’è il precariato, che è il problema principale. Il precariato comporta una riduzione delle tutele, è evidente. Questo vale per qualsiasi lavoratore: quando si è precari si hanno meno diritti e meno possibilità di tutelarsi. Questa è la prima emergenza che andrebbe affrontata. Un accordo vergognoso come quello dello scorso anno, firmato dal sottosegretario all’editoria, che spacciava per equo compenso una cifra irrisoria, spiega molto bene qual è il concetto di indipendenza del giornalismo che ha questo governo. La seconda questione è quella della necessità di adeguare allo standard europeo tutto il sistema normativo di tutela della stampa, anche per quanto riguarda la diffamazione, la rettifica e tutti quei temi che riguardano il rapporto tra stampa e potentati politici e economici – perché poi c’è anche il discorso del potentato economico da non sottovalutare. Queste due questioni ci portano ad essere agli ultimi posti della classifica dell’indipendenza della stampa. Eppure siamo un Paese che ha una tradizione democratica e di storia del giornalismo notevole: abbiamo una bellissima scuola di giornalismo, in Italia, ma il problema è che diventa sempre più difficile farlo in maniera indipendente, se non pagando dei costi altissimi.

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