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La sinistra fra realismo e utopia

 

Ezio Mauro non è un ingenuo: è un giornalista coi fiocchi, esperto, colto e anche piuttosto autonomo rispetto al suo editore e alla galassia di legittimi interessi che ruotano intorno al giornale che dirige da quasi vent’anni. Se ha scritto ciò che ha scritto, nel suo editoriale “Le relazioni pericolose”, dedicato ai rapporti sempre più stretti e insostenibili fra Renzi e i transfughi di ALA capeggiati da Denis Verdini, è dunque perché anche dalle parti di Repubblica la misura è ormai colma.

Ribadisco: non credo all’ingenuità di chi ricopre determinati ruoli; credo, piuttosto, al cedimento di una parte del nostro mondo di fronte all’incedere arrembante dell’uomo di Rignano sull’Arno, il quale, nel tardo autunno del 2013, sembrò a costoro l’unica scialuppa a disposizione per condurre il PD e la sinistra fuori dalle secche nelle quali si era arenata in seguito alla “vittoria mutilata” del febbraio di quell’anno e al disastro andato in scena in occasione dell’elezione del capo dello Stato, con le bocciature di Marini e Prodi e la mancata presa in considerazione di Rodotà solo perché era stato proposto dal Movimento 5 Stelle, in un modo singolare ma senz’altro proficuo ai fini del dibattito politico.

Ci ha creduto al punto che per tutta la primavera del 2014, mentre le punte più avanzate della cerchia culturale di Repubblica parlavano già apertamente di “svolta autoritaria”, denunciando senza giri di parole i rischi insiti nell’Italicum e nelle reali intenzioni del Presidente del Consiglio, Mauro vergava editoriali dal titolo “Correre o morire”, avallando qualunque strappo, qualunque forzatura, qualunque esagerazione dell’homo novus, probabilmente intimorito dagli eccessi e dalle esagerazioni di Grillo sull’altro versante.

Sperava in buona fede, questa è la nostra convinzione, che una volta incassato un risultato degno di questo nome alle Europee, Renzi tornasse ad essere un leader di centrosinistra, ispirato ai valori dell’Ulivo, capace di tenere insieme il suo partito e di ampliarne i consensi senza snaturarlo. Come detto, non crediamo alla sua ingenuità ma siamo abbastanza sicuri che questi fossero gli auspici di un galantuomo, non certo propenso a sostenere l’ascesa di un nuovo Berlusconi dopo aver contrastato l’originale per quattro lustri.

L’editoriale apparso su “la Repubblica” di ieri è, pertanto, una confessione e un’ammissione di colpa: scusate, cari lettori, ma a mia volta non avevo capito cosa fosse il renzismo e quale fosse la sua effettiva natura. Ovviamente Mauro non lo scrive esplicitamente, ma questo è il senso dei suoi interrogativi, delle sue analisi sferzanti, delle sue riflessioni comprensibilmente preoccupate sulla dissipazione di una storia, di una tradizione e di un progetto culturale e politico nel quale tutti noi abbiamo creduto e ci siamo riconosciuti per anni e che oggi vediamo sfregiato in Senato dai gesti di Barani e D’Anna, peraltro sottoposti a sanzioni ridicole se si considera la gravità di ciò che hanno fatto, dalle alleanze incommentabili andate in scena già alle ultime Regionali e destinate a riproporsi in futuro e della direzione di marcia imboccata dal nascente Partito della Nazione, il quale con la sinistra non ha e non intende avere nulla a che spartire, ponendosi come obiettivo la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi.

Ed Ezio Mauro lo sa. Lo sa quando si domanda: “È dunque una moderna forza della sinistra italiana e non solo europea, sia pure nell’interpretazione radicale renziana, oppure è un’illusione ottica della sinistra, un miraggio della tradizione, una pura costruzione di utile mitologia commerciale e di marketing politico?”. La risposta esatta è la seconda, come conferma lo stesso Mauro quando asserisce che “è difficile pensare che siano ideali costituenti a gonfiare le vele di questa zattera di transfughi dalla disfatta di Forza Italia, con la bussola puntata sul governo di Renzi. Più facile pensare a qualche ragione politica, che rimane coperta perché Verdini non la rivela, mentre canta in tivù, e i suoi fanno gesti osceni al Senato”.

E poi giunge l’ora del rammarico e della rabbia, il momento di ammettere i propri sbagli e fare ammenda. Scrive, infatti, Mauro: “Nel momento della massima tensione con la minoranza del PD, che minacciava di non votare la riforma del Senato, Renzi ha infatti usato la pattuglia dei trasfughi di destra come riserva reale sostitutiva, dunque come arma di pressione nei confronti della sinistra interna, all’insegna dello slogan “i voti ci sono”, che lo ha portato a vincere. Ma così facendo si è comportato come se i voti di destra e di sinistra fossero fungibili (al di là dei numeri), e coi voti fossero equivalenti le storie politiche, le biografie di gruppo, le tradizioni. Mentre è invece indubbio che la qualità politica del voto sulla riforma del Senato cambia decisamente se è il Pd nel suo insieme ad assumersene la responsabilità, insieme con tutte le altre forze concorrenti, o se un pezzo del PD viene sostituito da un pezzo della destra in movimento”.

Infine, l’amarezza conclusiva, riservata a una secca disamina sul Partito della Nazione e sul ruolo che esso eserciterà nei futuri, delicatissimi equilibri della politica italiana: “Ripetiamo che se significa una costruzione politica con le radici e il tronco ben piantato nel territorio del centrosinistra e con le fronde che arrivano ad intercettare il centro, è ciò che il PD voleva essere fin dalla sua nascita. Se invece è una pura infrastruttura politica indifferenziata che restringe la base ideale, rafforza il vertice, riduce ruolo e concorso del gruppo dirigente, rinuncia a una base sociale, raccoglie gruppi di interesse contraddittori, allora diventa un “partito pigliatutto”, secondo una definizione di scuola: una cosa diversa. Anche il concetto di nazione è contraddittorio, tra la definizione etnico-genealogica di discendenza e quella repubblicana e costituzionale, che nasce dall’uguaglianza nei diritti e nei doveri: bisognerebbe chiarire”.

Al che, si risponde il povero Mauro in preda alla disillusione: “Per dirlo in grande, Verdini permettendo, si tratta di discutere addirittura di cosa dev’essere la nuova sinistra nel nuovo secolo, nell’interesse del Paese. Se non lo farà il PD rischia di ridursi a pura prassi amministrativa, scambiando il Palazzo per il Paese, com’è avvenuto al berlusconismo che negli anni del comando non ha pensato di dare al suo potere un fondamento culturale: che è ciò che lega la politica ai cittadini ed è ciò che resta quando un leader passa, e se ne va”.

Quest’ampia lettura, con annessa interpretazione critica, dell’editoriale del direttore di Repubblica ci dà modo di formulare una serie di riflessioni, dedicate in questo caso alla minoranza dem, la quale, al netto dei comprensibili, giustificati e umanamente strazianti tormenti di Bersani, ha perso l’ennesima occasione per fare i conti con se stessa e con la realtà.

Nemmeno Bersani, difatti, è un ingenuo, tanto meno un inesperto di questioni politiche e, in particolare, di cosa sta accadendo nel PD e dintorni da due anni a questa parte. La verità, in tutta evidenza, è che a Renzi del PD, della sua storia, dei suoi valori, delle sue radici uliviste e di tutto ciò che di bello e di buono esso ha rappresentato prima del suo avvento alla guida importa poco o nulla; lui ha preso in mano le redini del partito con il dichiarato proposito di stravolgerlo, conducendolo verso quella mutazione genetica (che ricorda tanto il cambio di rotta verificatosi nel PSI ai tempi dell’ascesa di Craxi) molto apprezzata dalle ex gazzette berlusconiane, oggi renzianissime, e, coerentemente, da una parte degli ex sostenitori di quel credo politico in Parlamento.

Perché quando Renzi asserisce che Verdini è un uomo coerente non dice nulla di sbagliato: Verdini ha una sua precisa storia, è sempre stato il gran “recuperatore” di voti di Berlusconi, fin dai tempi della famosa mozione di sfiducia del 14 dicembre 2010, quando il centrodestra si salvò per il rotto della cuffia grazie al sostegno di Razzi e Scilipoti, e già allora il prode uomo di Rignano aveva scelto da che parte stare. Mentre il PD era impegnato a tempo pieno nella battaglia contro l’ex Cavaliere, denunciando i rischi connessi a una sua eventuale permanenza a Palazzo Chigi, Renzi varcava come se niente fosse la soglia di Villa San Martino ad Arcore, ritenendo perfettamente normale recarsi a parlare delle sorti di Firenze con il Presidente del Consiglio in una sede distante quasi seicento chilometri da quelle istituzionali.

E sempre in quei giorni avvenne un fatto che Bersani e tutti noi colpevolmente sottovalutammo: il 14 dicembre, infatti, andò in scena una durissima manifestazione studentesca, conclusasi con scontri e altre vergogne sulle quali è opportuno sorvolare, al termine della quale una folla inferocita di studenti scandiva ripetutamente sotto i palazzi del potere lo slogan: “Non ci rappresenta nessuno!”.

Ci piaccia o non ci piaccia, il vero atto costitutivo del Movimento 5 Stelle è stato quello, e noi, con la miopia altezzosa che ci è propria, abbiamo continuato a fare spallucce e ad ignorarlo finché non ne siamo stati travolti, vedendoci arrivare addosso, nelle urne, la valanga rabbiosa di critiche che negli anni ci siamo ampiamente meritati.

Di quel movimento, difatti, non abbiamo capito e ci ostiniamo a non capire nulla: continuiamo a credere che la sua anima risieda nei post sul blog di Grillo, talvolta davvero fastidiosi, o nelle urla smodate di certi suoi rappresentanti nelle aule parlamentari, senza renderci conto che la sua vera radice va ricercata nello sconforto di una generazione che si è vista abbandonata e perduta, che è stata lasciata da sola a lottare nelle piazze prima contro la riforma Gelmini, poi contro la coda velenosa di un berlusconismo decadente ma ancora capace di produrre danni inenarrabili e, infine, contro gli scempi del nucleare, della privatizzazione dell’acqua e del legittimo impedimento, bocciati nei referendum del giugno 2011 da oltre venti milioni di persone ma non certo grazie all’attivismo del principale partito della sinistra, il quale, pochi mesi dopo, commise un altro fenomenale autogol, sostenendo con estrema tiepidezza i quesiti referendari  per chiedere lo smantellamento del Porcellum.

“Non ci metto il cappello ma ci metto il banchetto”: questa è la frase memorabile con la quale Bersani accolse quell’ennesima, straordinaria ondata di energia democratica, come a dire: vi sostengo ma non troppo, vi apprezzo ma non mi lascio coinvolgere, tradendo un’ambiguità di posizionamento che sarebbe poi sfociata nell’errore decisivo e finale del sostegno a Monti, nel tentativo di risanare il Paese insieme agli stessi, Verdini compreso, che lo avevano condotto sull’orlo del baratro.

Ora, guai a chi si permette di mettere in dubbio le qualità morali e politiche di Bersani: Bersani è un galantuomo cui molti di noi sono legati da sincera stima e amicizia, una persona perbene, capace di anteporre sempre gli interessi della propria comunità alle sue ambizioni personali, fino al sacrificio estremo di rinunciare a Palazzo Chigi pur di non dover guidare un altro governo di larghe intese con Berlusconi che non poteva che portarci dove siamo adesso, ossia nel baratro di un politicismo in cui sono state annullate tutte le differenze, i sogni, le speranze e le passioni ideali. Bersani nel governo del cambiamento con i 5 Stelle ci credeva davvero, anche se lo propose nella maniera sbagliata; ci credeva e non accettò altra soluzione, prima di essere abbattuto nel segreto dell’urna dai centoventi (perché di centoventi minimo si trattò) che si servirono di Prodi per liberarsi dell’unico ostacolo rimasto sul cammino verso ciò che volevano da anni: il Partito della Nazione, post-ideologico, onnicomprensivo e animato dal solo desiderio di vincere, anche a costo di allearsi, per conseguire lo scopo, con personaggi il cui livello è più o meno quello che stiamo vedendo in questi giorni nel dibattito al Senato.

E qui mi dovete far spendere due parole sul vice di Bersani: quell’Enrico Letta che, dopo lo sbandamento e la paralisi della democrazia, nell’aprile del 2013 accettò di guidare un esecutivo che lui per primo non avrebbe mai voluto.

Se c’è un esponente politico che oggi si è amaramente pentito di non aver capito per tempo i 5 Stelle, questi è Letta, il quale ha avuto il coraggio e la rara umiltà di ammetterlo pubblicamente, prendendo atto della bontà di alcune delle innovazioni che essi hanno introdotto nella vita politica italiana. Quanto al suo governo, che ovviamente io stesso non avrei mai voluto vedere, era sì di larghe intese ma per nulla basato sui voti di Verdini, dato che Enrico ebbe l’intelligenza di riuscire a dividere il fronte berlusconiano, basandosi su una maggioranza più ristretta ma comunque solida, della quale né i verdiniani né altri transfughi facevano parte, eccezion fatta per gli alfaniani del Nuovo Centrodestra fuoriusciti dal PDL per consentire il prosieguo della legislatura e, diciamocelo chiaramente, conservare i propri ruoli di potere. Tuttavia, almeno sul versante piddino, Letta aveva scelto alcuni ministri di caratura internazionale, da Giovannini alla Carrozza, e anche sul fronte del centrodestra aveva selezionato le figure con le quali, al netto di tutte le divergenze, era più facile intendersi e collaborare; oltretutto, il suo progetto era chiaro e reso noto sin dal primo giorno: un governo di scopo di diciotto mesi, non certo un esperimento di legislatura per dar vita a uno snaturamento del PD, come pure gli fu ingiustamente e malevolmente attribuito.

Tralasciando in questo contesto le innumerevoli colpe di Napolitano, reo di aver concesso un mese a Berlusconi per dar vita al “mercato delle vacche” dell’autunno 2010, di aver chiamato Monti nel novembre del 2011, di non aver affidato a Bersani un mandato pieno nella primavera del 2013, di aver premuto il piede sull’acceleratore per favorire il compimento di riforme sbagliate e dannose e, quel che è peggio, di aver accettato con la massima tranquillità la sostituzione al governo di un uomo chiamato ad insegnare a Sciences Po con un ex concorrente de “La ruota della fortuna”, è bene concentrarsi sul presente.

La piattaforma di sinistra che pare stia, finalmente, per nascere, grazie al coraggio e alla dignità di Fassina, Civati e di un partito, quello di Vendola, la cui spinta propulsiva si è esaurita ormai da tempo, costituisce senz’altro una novità positiva, una boccata d’ossigeno e un orizzonte offerto a quanti non vogliono morire verdiniani, sostenendo gli interessi di Squinzi, di Marchionne e della finanza internazionale.

È altrettanto vero, però, che questo progetto, da solo, può al massimo proporsi di lenire le ferite di quanti non si riconoscono e non riescono ad accettare il degrado di questa maledetta stagione ma non costituire una reale forza di governo, radicalmente alternativa al renzismo, per il semplice motivo che in politica i numeri hanno la loro importanza e questo partito, da solo, non può aspirare a rappresentare più dell’8-10 per cento dell’elettorato.

Ciò che bisogna fare, a mio giudizio, ormai lo sapete ampiamente: guardare ai 5 Stelle e sperare che anche loro si rendano conto di non essere, al momento, un’alternativa credibile al renzismo, in quanto ancora percepiti da gran parte della popolazione come un movimento di protesta più che come una forza in grado di rinnovare, ripulire e rendere migliore questo Paese.

Quanto a Bersani e compagni, in conclusione, finché non si renderanno conto che restando nel PD non potranno far altro che recitare la parte delle ancelle di Renzi, peraltro sempre più isolate, umiliate e poco credibili agli occhi della loro stessa base, non avranno alcuna possibilità di sottrarsi dall’abbraccio di chi ha già trasformato il PD nella Forza Italia del Ventunesimo secolo, seppellendo con un ghigno beffardo le idee di Prodi e le ragioni sociali e costitutive dell’Ulivo.

“Riformisti, socialisti e movimenti per ricostruire il Paese” disse una volta Bersani, guarda caso presentando un libro dedicato al presidente Mattarella. Caro Pierluigi, la direzione è quella giusta ma per intraprendere un sentiero così impervio e delicato è necessario che ciascuno di noi rinunci a qualcosa, accantonando pregiudizi, vecchi rancori, antipatie personali e, soprattutto, rendendosi conto che un’intera generazione, almeno la parte che ancora si reca alle urne (e per questo dobbiamo essere profondamente grati agli stellini), si è rivolta all’unico movimento che finora le ha fornito un minimo di rappresentanza e qualche prospettiva per il futuro. Non vengo da lì, ma è lì che tutti insieme, cambiandoci e migliorandoci a vicenda, dobbiamo andare.

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