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Perché i poveri sono perdenti

 

A Roma, ieri, è stato presentato il rapporto annuale della Caritas sulle politiche contro la povertà messe in atto nel Paese. Dati allarmanti, che dicono come il numero di persone povere in termini assoluti sia più che raddoppiato in 7 anni, passando da 1,8 milioni del 2007 a 4,1 milioni del 2014, dal 3,1 al 6,8% della popolazione italiana. Se vogliamo, ancora più preoccupante è il fatto che nella politica del Governo Renzi, l’organismo diocesano rilevi che il tema sia sostanzialmente assente, marginale, come un po’ in tutto il dibattito politico. Citando la meritoria azione del M5S, il Rapporto dice che è principalmente grazie a questa forza parlamentare se dei meno abbienti e delle loro esigenze si sia provato a discuterne in termini legislativi.

Personalmente, sono sempre stato, e sono ancora, convinto della necessità di un reddito minimo quale misura di inclusione e di politiche volte alla giustizia sociale per sostenere l’uguaglianza (e l’ho più volte detto, citando le proposte in tal senso o autori del passato a riguardo, e me qui solo per non tediarvi ripetendomi). Ma il punto è un altro, e forse più drammatico: il tema della povertà è fuori dall’orizzonte dell’Esecutivo e dell’attuale giovane classe dirigente perché ne rovinerebbe il racconto. I nuovi governanti sono dei vincenti e si occupano dei vincenti, cosa che viene bene nei tweet e sui social. Quegli sfigati perdenti dei poveri danneggerebbero l’impatto delle slide e la forma degli slogan. Ve lo immaginate l’effetto negativo, da gufi, diciamo, di una sezione della Leopolda dedicata all’Italia “che arranca” o di un hashtag #quellichenoncelafanno?

Di poveri non si parla nella nuova sinistra perché non è cool, meglio un win-win game, come una finale degli Us Open con due italiane (anche se poi può capitare, maledetta gufaggine, che una perda e l’altra si ritiri). Volete mettere le barbose citazioni che ponevano il compito del socialismo nel “portare avanti quelli che sono nati indietro” con l’effervescente motto di un ex ragazzo capace di svoltare nella vita e invitante a “stay hungry, stay foolish”. Soprattutto, provate a ripetere quell’invito dinanzi a quanti ogni sera affollano le mense caritatevoli, e vedete se qualcuno di loro lanciasse mai in aria il suo berretto da graduated o tutti dietro di voi quello che hanno appresso.

Parlare di inclusione significa pensare alla redistribuzione della ricchezza attraverso il welfare e la spesa pubblica, significa non togliere la Tasi a me che posso pagarla o l’Imu a chi può farlo più di me, ma dare i soldi a chi non riesce a trovarne nemmeno per vivere, e non è un eufemismo, significa che io degli 80 euro posso farne a meno, altri non sanno nemmeno cosa voglia dire poterli spendere. Significa, in definitiva, parlare di inclusione, sconfitte e miserie, non di esclusività, vittorie e affermazioni.

Credete che ciò possa essere contenuto nello storytelling dominante?

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