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Le domande che l’economia pone alle religioni

 

di Brunetto Salvarani (teologo, direttore di CEM Mondialità e di Qol – curatore del dossier “Religioni ed economia” assieme al direttore di Confronti, Claudio Paravati)

«Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ d’intelligenza e d’umanità davanti» (Edmondo Berselli, L’economia giusta, 2010).

La crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 e le successive difficoltà di quelle economie occidentali che fino a tempi recenti sembravano prosperare ci hanno costretto a riaprire un’agenda che sembrava definitivamente chiusa con la definitiva vittoria del capitalismo e la contestuale catastrofe dei sistemi del cosiddetto «socialismo reale».

La cosa ha spinto fra l’altro diversi autori a mettere a tema le questioni economiche, la loro fragilità e il loro rapporto con i sistemi religiosi: basti pensare al rilancio della «logica del dono», inteso come cuore reale dell’economia occidentale, anche se per comprenderlo appieno dobbiamo riprendere in mano la Bibbia, e soprattutto il libro di Giobbe. Inoltre, alle contraddizioni del sistema che stanno creando nuovi poveri e una nuova e più drammatica disuguaglianza sociale, mettendo a rischio l’ecologia globale, si è aggiunta ora una profonda crisi interna di fiducia. Una terminologia, «crisi di fiducia», che ricorda come nel funzionamento interno dell’economia sia insita una certa dose di fede (anche se già nel 1976 nel discorso tenuto per il conferimento del Nobel per la scienza economica Milton Friedman, fondatore del pensiero monetarista, faceva riferimento a questo termine, e nella sua opera più nota, Capitalismo e libertà, sosteneva apertamente che «al cuore della filosofia liberale sta la fede nella dignità dell’individuo»).

Del resto, esiste a ben vedere addirittura una certa connessione fra economia e soteriologia: dopo «l’economia della salvezza» (Eusebio di Cesarea) e «l’economia come salvezza» (Max Weber), le successive crisi e i tentativi degli stati di sostenere banche e investimenti privati starebbero ora a indicare la necessità vitale di «salvezza dell’economia» (Patrick Viveret). Anche se, visti gli squilibri sociali tremendi tuttora esistenti fra popoli, paesi, uomini e donne, sembrerebbe doveroso chiedersi: è davvero questa economia, caratterizzata da capitalismo e liberismo all’apparenza trionfanti, che dovremmo cercare di salvare? Vale la pena, almeno, di dubitarne. Ma non è tutto. Infatti, la relazione profonda fra economia e religione non è una caratteristica del (cosiddetto) Occidente: al contrario, la razionalità moderna ha cercato di separare questi spazi, così unificati o simbiotici nelle culture (cosiddette) premoderne. Intanto, anche in Occidente l’economia e la religione – il cristianesimo, ma non solo – conservano molte interfacce e interpretazioni di dogma e di mistica.

Una distinzione che appare indispensabile, per capire qualcosa in un simile labirinto, è quella fra un prima ed un dopo, divisi da una faglia: l’avvento dell’età moderna.

Nel prima le religioni (ma non solo, pensiamo ad Aristotele) si sono ovviamente occupate di economia, quale settore di attività delle comunità ma in termini assai generali, stabilendo precetti che derivavano dal tipo di relazioni umane auspicate. Questi precetti erano sufficienti a normare le fattispecie di economie arcaiche: il furto, la speculazione, l’usura, la giusta mercede, il sospetto verso l’accumulo, il dovere della carità. Ma come potevano normare ciò che non conoscevano, che non esisteva ancora? È nel dopo che le religioni vengono interpellate (o avrebbero dovuto sentirsi interpellate) da un’accelerata germinazione di fenomeni e comportamenti che sarebbero giunti a generare nuove categorie antropologiche: l’homo oeconomicus prima, l’homo consumens poi.

Ce n’è abbastanza per ammettere l’intrico profondo, non privo di ambiguità (il vangelo, ad esempio, non propone certo modelli economici particolari), fra religione ed economia. Anzi, declinando più correttamente il tutto al plurale: fra religioni ed economie. E per condividere, in ogni caso, l’istanza di fondo dell’ultimo libro, uscito purtroppo postumo, di Edmondo Berselli, dedicato a un’utopia che c’è da augurarsi possibile: intitolato L’economia giusta.

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