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La foto straziante del bimbo siriano e la deontologia

 

E’ stato giusto e deontologicamente corretto pubblicare la foto del bimbo siriano morto sulla spiaggia di Bodrum? L’opinione di Mario Calabresi e Michele Smargiassi.

Cla.Vi.

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? A pubblicarla, si viola o no la deontologia professionale dei giornalisti che è regolata dalla Carta di Treviso che disciplina l’informazione sui minori e che all’articolo 7 recita: “Nel caso di minori malati, feriti, svantaggiati o in difficoltà occorre porre particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona”? In ogni caso, se la foto ha una potenza che supera la norma, è giusto o no pubblicarla?

La Carta di Treviso e la pubblicazione
Negli ultimi giorni molti colleghi se lo sono chiesto. Si sono chiesti se sia stato giusto, opportuno e soprattutto deontologicamente corretto mostrare le foto del bambino siriano morto su una spiaggia di Bodrum, vittima dell’ennesimo naufragio di un barcone di disperati nel Mediterraneo. Quasi tutte le principali testate hanno scelto di pubblicare gli scatti in maniera più o meno enfatica e tra loro ha destato particolare scalpore la copertina del Manifesto, che ha mostrato il corpo senza vita del piccolo disteso sul bagnasciuga con il titolo “Niente asilo”.

Ma in rete la foto era già di dominio pubblico
Il dibattito sulla correttezza deontologica di quella pubblicazione sui media tradizionali (giornali e tv) è stata comunque in gran parte falsata da un dato di fatto: la Carta di Treviso, al momento, non ha alcun effetto concreto sulla capacità della rete e dei social network di anticipare e regolare le notizie. Ormai quasi sempre la rete “brucia” i tradizionali organi di informazione, che sono costretti a inseguire. Anche nel caso specifico è andata così. E quando i “puristi” si sono chiesti se fosse corretto o no pubblicarla, la foto straziante del bimbo siriano annegato era già in bella evidenza su molti siti online e social network, quindi di dominio pubblico, rendendo marginale la discussione sull’etica. Detto questo, sull’argomento abbiamo scelto di pubblicare queste due riflessioni di Mario Calabresi, direttore de La Stampa, e di Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica, che ci pare riassumano bene i termini della questione, almeno sotto il profilo etico e giornalistico.

L’opinione del direttore de La Stampa
“Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Il mio giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche su questa vicenda all’inizio è stata la stessa: “Non la possiamo pubblicare”.

“Vi spiego perchè ho cambiato idea
Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondere questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza. Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa nostra scelta, ma consapevoli.

“Quella foto farà la storia come quella della bambina vietnamita bruciata dal Napalm”
Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni – per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti. Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci: questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza”.

L’intervento di Michele Smargiassi su Repubblica
Su Repubblica e sulla sua rubrica “Fotocrazia”, invece, Michele Smargiassi si chiede “che cosa è davvero inguardabile” e scrive:
“Devo proprio farvelo vedere? Devo proprio portarvelo lì e deporvelo sotto gli occhi, perché facciate ciò che è giusto e urgente? Il passo pesante, le braccia leggermente protese del poliziotto turco di questa foto, più che una pietà dipingono la scena di un’ostensione, dolorosa e rabbiosa.

Le foto, lo strazio e le storie
Ma il bimbo con la maglietta rossa non è il primo che ci viene deposto davanti. Foto con cadaveri di bambini affogati nella fossa del Mediterraneo stanno rompendo gli argini, sfondano l’interdetto del pudore, violano il tabù della morte innocente, forzano la barriera del “rispetto umano”, cavalcano le onde di Internet, bucano le pagine dei giornali che esitavano a pubblicarle, e che ora le pubblicano con spiegazioni, giustificandosi… Perché “non si può più ignorare”, perché “è ora di guardare l’orrore negli occhi”…

Queste foto insomma reclamano da noi la reazione che altre immagini sembrano non riuscire più a suscitare. Pochi giorni fa erano i bambini, alcuni ancora coi pannolini indosso, ripescati, ci hanno detto, sulla spiaggia libica di Zuwara. Ora il piccolo profugo siriano raccolto sulla battigia di Bodrum, dove i bambini amano raccogliere le conchiglie spiaggiate. Non è una foto: ha una storia. Si chiamava Aylan Al-Kurdi, aveva tre anni, veniva da Kobane. Era stato fotografato anche da vivo, ridente, come tutti i bambini, assieme al fratello Galip, di cinque anni: affogato con lui. Il Canada aveva respinto domanda di asilo della loro famiglia. Loro avevano tentato lo stesso. Per la strada più difficile.

Pornografia dell’orrore o risveglio delle coscienze?
Tutto questo possiamo “saperlo”. Ne “sappiamo” infinite, di storie così. Siete sicuri che “vederlo” non aggiunga nulla, non serva a nulla? Alcuni media si sono convinti che serva. Che sia necessario, anzi. Meglio tardi che mai. Di fronte al cadavere di un bambino a faccia in giù nella sabbia, sembrano gridare queste immagini, non c’è “stress da compassione” che tenga, se non reagite a questo… Ci abitueremo anche a questo, dicono i sostenitori (consapevoli o spontanei) della teoria della compassion fatigue. Non ci farà più effetto. Dunque è pornografia dell’orrore.

Non è escluso, chi lo sa. Ma non è quel che sta accadendo. Il problema ora non è l’assuefazione morale alle immagini estreme. Reagire, reagisco: ma la tragedia mi sovrasta, cosa ci posso fare io da solo?, mi sento in colpa perché non posso fare niente, sfogo il senso di impotenza contro chi me lo ha procurato, cioè contro chi mi ha fatto vedere immagini che mi destabilizzano, grido: queste foto non si possono pubblicare! Ma la colpa non è delle immagini, è di una comunità che non sa più offrire sbocchi politici all’indignazione individuale. Aumentare le dosi di adrenalina in un corpo sociale che reagisce sì, inorridendo, ma poi non sa che cosa fare, servirà? Mettere pesi forti solo sul piatto emotivo della bilancia, e non su quello reattivo, a cosa servirà?

“Davvero inguardabile è il corpo della politica immobile”
C’è un’altra fotografia nel servizio Reuters dalla spiaggia di Bodrum, una che è finita molto meno sui giornali. Lo stesso poliziotto turco, prima di prendere in braccio il piccolo corpo, prende appunti per il suo verbale davanti a una visione insopportabile. Una foto molto meno epica. Un dovere, sicuramente, e non spregevole, ma qui siamo nel campo delle immagini, e le immagini evocano, non si limitano mai solo a testimoniare. E allora avete qui due uomini vivi di fronte allo stesso bambino morto. Due gesti diversi, che nella realtà sono conseguenti, ma nell’immagine sono quasi opposti. La reazione notarile, che lascia le cose come sono, e quella umana, che grida la vendetta del cielo. Le fotografie sono empatiche, ci chiedono identificazione: con quale poliziotto vogliamo identificarci? Inguardabile non è il corpo di un bambino immobile, è il corpo di una politica immobile.

Da voltapagina

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