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Il caso spiacevole dei beni confiscati

 

Non c’è angolo di questa Italia, che a noi piace tanto perché ci siamo nati, e abbiamo vissuto qui gran parte della nostra vita, che non conservi al suo interno per quello che mi capita di vedere o di notare leggendo con attenzione la documentazione ufficiale e quella che emerge dai processi che ne nascono (siamo il paese, come è noto, più litigioso nell’universo mondo)qualche retro scena o piccolo mistero che occorrerà conoscere per avere un’idea corrispondente minimamente alla realtà.

E così per chi ha – per ragioni personali o professionali, o dell’uno e dell’altro genere insieme- interesse per l’amministrazione della giustizia, più volte si è chiesto con quali modalità e garanzie per i cittadini e per gli imputati, anche se sono sospettati di esser mafiosi e a volte si accerta che lo sono o in ogni caso hanno compiuti reati di mafia, vengono amministrati i loro beni destinati per legge ad essere confiscati se le accuse saranno provate.

Ebbene, si scopre quasi immediatamente che la legislazione vigente prevede poteri  in qualche modo non indicati (e quindi, per ciò stesso, quasi illimitati) ai giudici che devono provvedere a conservarli provvisoriamente (ma è un provvisorio vago, visti i tempi che contraddistingue in Italia l’esercizio dell’amministrazione della giustizia) e la povertà di mezzi attribuiti al settore dal bilancio statale. Così se si va in quella che rimane, malgrado tutto, la capitale di  Cosa Nostra ,cioè la città di Palermo e il suo tribunale) si arriva a una situazione che definire stabile e tranquillizzante è sicuramente troppo. Nel maggio scorso è andato in pensione il dottor Guarnotta a lungo presidente del tribunale di Palermo e, a sua volta, il prefetto Caruso, a capo dell’agenzia dei beni confiscati alla mafia, aveva più volte messo in luce le difficoltà del suo lavoro sia per mancanza di personale sia per le anomalie di una legislazione che dava carta bianca ai giudici delle misure di prevenzione, conferendo loro un enorme potere. (Di qui è nato lo scandalo che ha portato alle dimissioni la presidenza di sezione del tribunale dr.  Silvana Sagunto e altri tre giudici e indagate molte persone che lavora vano per la sezione come l’avvocato Cappellano Seminara).

E’ stato a ragione notato che la legge italiana sul l’amministrazione dei beni confiscati, in aperta violazione dei diritti dei cittadini e della tutela dei suoi beni  e unica in Europa, prevede che non è il giudice  a raccogliere le prove relative all’imputazione  ma spetta all’indagato l’onere della prova ovvero la dimostrazione che quanto è stato da lui realizzato non è stato fatto con i soldi o con la collusione della mafia. Ma è un ragiona mento questo che richiama l’Italia della Controriforma, dal 1500 al 1700 allorché vigeva la legge del sospetto e non dovrebbe valere oggi con la Costituzione repubblicana e le leggi che ad essa dovrebbero, in ogni caso, uniformarsi.  Ora quello che è successo finora mostra che la legge deve essere cambiata per evitare che i magistrati facciano come ha fatto la dottoressa Sagunto e quelli che hanno lavorato con lei, se alla fine saranno condannato.  E ad ogni modo si tratta di una situazione inaccettabile per l’eccessiva discrezionalità lasciata ai giudici e la violazione di diritti fondamentali dei cittadini. C’è da sperare che quel che è successo stimoli parlamento e governo a una soluzione rapida e  pensata con intelligenza.

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