Numeri e lettere, quali confini?

0 0

Sono rimasta molto turbata dall’ultimo articolo di Stefano Feltri riguardo le facoltà umanistiche, dove avanza la tesi secondo la quale la laurea in Lettere e Filosofia o Scienze Politiche sia un privilegio per pochi e che invece le lauree in ingegneria o altre materie c. d. “scientifiche” siano quelle “giuste” per ragazzi intraprendenti che vogliono essere competitive nel mercato del lavoro.

Prima di tutto credo che non si possa ormai più fare una vera e propria distinzione tra numeri e lettere poichè entrambi gli ambiti sono interscambiabili e da sempre la letteratura applica metodi scientifici per analizzare se stessa e da sempre la scienza ha bisogno della filosofia e più in generale delle lettere per riproporre la posizione dell’uomo nell’universo con una consapevolezza dell’esistenza sempre diversa.

Secondo me, credere che le lettere siano più facili dei numeri  è una convinzione superficiale. Prima di tutto perché ognuno di noi ha una predisposizione diversa per comprendere la realtà per cui c’è chi preferisce matematizzarla oppure raccontarla con l’utilizzo della c. d. arte.

Se ai giorni d’oggi è l’economia che sembra regolare il mondo e la mentalità attribuisce maggior prestigio alle scienze matematiche ed economiche allora dobbiamo renderci conto che è un periodo storico in cui c’è questa predisposizione. Consequenzialmente, tutto ciò si manifesta nel mercato del lavoro e nell’educazione e formazione di ogni persona.

I numeri, i dati non debbono stupide se viviamo in un paese che non ha consapevolezza di se stesso ed elegge politici che affermano continuamente che “con la cultura non si mangia”.
Non siamo al tempo di Epicuro, dove gli aristocratici filosofeggiavano sul concetto di morte e tutti gli altri erano schiavi e lavoravano 16 ore al giorno.
A quel tempo è vero, le materie umanistiche erano privilegio di pochi. Ora viviamo in un momento in cui il fenomeno della massificazione è quasi al culmine e umanisti e matematici devono fare i conti seriamente col rapporto tra massificazione e conoscenza.

Le statistiche sono certamente importanti ma esse, senza contestualizzazioni e parametri adeguati, non spiegano la realtà che non segue certamente il rigore logico che ci si aspetta.

Il determinismo che spesso certi economisti o matematici cercano di affermare sembra quanto mai anacronistico se non del tutto errato poiché essi considerano la stessa economia e la stessa matematica materie “pure”, avulse dalla storia.

Bisogna avere il coraggio di affrontare la situazione di un settore in crisi (editoria, scuola, università…) e capire come cambiarlo a seconda delle necessità del momento.
E’ importante scegliere una facoltà che in futuro possa dare prospettive lavorative, ma questo sicuramente non basta: bisogna essere anche appassionati e portati per la materia scelta.

Oggi ci ritroviamo in una situazione paradossale nella quale molti ragazzi scelgono una facoltà solo perché potrebbe probabilisticamente offrire maggiori opportunità di lavoro, benché non sentano un autentico trasporto per il settore scelto. Questo tipo di scelta aumenta il numero di persone non realizzate e non competitive nel mercato del lavoro. L’insoddisfazione può contribuire alla scarsa qualità di una prestazione lavorativa di qualsiasi genere.

Premettendo che ci sono ragazzi intraprendenti o meno in ogni facoltà, credo comunque che chi sceglie una facoltà umanistica di un settore in crisi per reale passione non è una persona poco intraprendente ma invece molto coraggiosa.
Coraggiosa per se stessa, perché non avrà una vita facile e coraggiosa anche nei confronti dell’esterno perché ha la grande responsabilità di contribuire a far evolvere un settore ormai abbandonato.

L’anno scorso ho avuto il coraggio di iscrivermi alla facoltà di Lettere e Filosofia per approfondire e specializzarmi nella storia contemporanea. Ho avuto la fortuna/sfortuna di scegliere ciò di cui ho scoperto essere appassionata. Spero vivamente allora che ci siano tanti studenti appassionati della propria materia che possano portare valore aggiunto al nostro paese.

Sono infatti convinta del fatto che non solo l’economia, ma anche la passione, muova il mondo.

2 thoughts on “Numeri e lettere, quali confini?

  1. Mi dispiace ma sinceramente non comprendo il motivo di tale turbamento.
    Ho letto con interesse i post pubblicati da Feltri. La sua tesi è ineccepibile. Egli, dati alla mano, afferma che la scelta di una facoltà umanistica è controproducente per l’individuo, per la società, per la nazione ecc…
    Di fatto in tutti i commenti che si sono fatti in merito a tali articoli, compreso questo, non si è discusso tanto in merito al suo discorso e ai dati che presentava, quanto alla sua pretesa di ledere la libertà di scelta di poveri ragazzi che se vedessero cancellata questa alternativa non saprebbero che fare. Il quesito si pone però ed è ineludibile : perché così tanti ragazzi sentono l’esigenza di iscriversi ad una facoltà che presenta dati preoccupanti dati improduttivi ?
    Ricordo che due anni fa assistetti ad una scena veramente esilarante. Alla presentazione dei corsi di lettere e filosofia nell’aula magna de “La Sapienza” una ragazza alzo la mano durante la presentazione del cirso di filosofia e domandò: Che opportunità di lavoro offre una laurea in filosofia?
    Calo un silenzio gelido e tutti ci guardammo intorno come se da un momento all’altro dovesse partita una retata e quello fosse il segnale. Era iun attacco a sorpresa che in quel momento nessuno si aspettava. Allora mi domandò: possiamo ancora nasconderci dietro a un dito ? Il problema c’è ed e reale. La massificazione della facoltà di lettere e filosofia deve essere fermata. La soluzione per me ? Mettere il numero chiuso.

  2. i numeri che cita feltri non conteranno nulla tra 5 anni, quando cioè i ragazzi che scelgono oggi l’università inizieranno a entrare nel mercato del lavoro, le proiezioni vengono aggiornate di continuo e in ogni caso che lettere dia meno opportunità lavoro di ingegneria è la scoperta di pulcinella. Feltri parla di adattamento vs.. vocazione, dimenticando una terza variabile: l’eccellenza. In molti si iscrivono a lettere, antropologia etc non per vocazione ma perché lauree che nel senso comune sono considerate facili. Questo dipende anche dal fatto che a lettere si boccia poco rispetto a ingegneria. Allora? Allora se serve ben venga il numero chiuso in tutte le facoltà, ma cambi anche il modo di valutare agli esami gli studenti delle facoltà umanistiche, che vadano avanti negli anni solo quelli mossi da vocazione e tensione all’ECCELLENZA, e non ultimo che cambi anche la classe manageriale italiana, spesso incapace di capire quanto possano essere utili anche laureati in materie umanistiche in contesti aziendali.

Comments are closed.