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La ‘ndrangheta in Italia (e non solo)

 

L’ultima operazione che la procura della repubblica di Reggio Calabria, guidata da Federico De Raho e da Giuseppe Gratteri, procuratore  aggiunto, ha compiuto con le inchieste CRIMINE ed HELVEZIA sulle cosche calabresi della Locride in Svizzera nelle località di Rieslangen, Ravensbruck ed Engen ha un particolare rilievo, essendo tutte legate  alla “locale” di Fabrizia, in provincia di Vibo Valentia.  In questa inchiesta tra i dieci arrestati, già in carcere o per ora liberi, ci sono Bruno Nesci, referente del   capo-crimine Domenico Oppedisano (già in carcere, condannato a otto anni e quattro mesi), il capo della cosca di Rieslagen Antonio Cartelle, il suo vice Domenico Nesci detto Mimmo, il mastro di giornata Salvatore Cirillo, gli affiliati Achille Primerano, Raffaello Nesci detto Mecozzo, Vittorio Ienco, Raffaello Giacomini e Giovanni Nesci. Questi dovevano  seguire le direttive dell’associazione.

Del resto,  questi ultimi avvenimenti, da una parte, dimostrano che le associazioni mafiose sono vive e vegete in Europa come sul pianeta e nel nostro primogenito Paese, dall’altra che le dimensioni degli affari sono maggiori di quelli che si è finora attestato in gran parte degli studi esistenti, come sui mezzi di comunicazione. In questa situazione arrivano l’annuncio del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che parla di due miliardi in gioco on line da parte della ‘ndrangheta. O anche le recentissime affermazioni della presidente della commissione parlamentare Antimafia, onorevole Rosy Bindi, che preme perché il parlamento modifichi l’attuale legge sullo scioglimento dei comuni per mafiosità che ha varie lacune come quella di non dare neppure il potere di rimuovere un imprenditore colluso; che non c’è neppure una legge che impedisce di candidarsi a personaggi inaffidabili e, più in generale, c’è in molte zone del nostro Paese un deserto politico che facilita le mafie, i funzionari corrotti e le piccole o grandi mafie locali.

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