Mafia, da Palermo a Roma

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Non c’è dubbio sul fatto che il rapporto tra la mafia e la gestione dei pubblici appalti è stata, dal punto di vista della nostra storia repubblicana (ma si potrebbe anche dire di quella che ha preceduto per un sessantennio abbondante la dittatura fascista, dall’Unificazione nazionale degli anni sessanta dell’Ottocento agli anni venti nel secolo successivo) decisiva per la costruzione del potere politico-mafioso che continua a conservare un notevole rilievo anche in questo difficile periodo che dovrebbe segnare nei propositi del presidente del Consiglio, segretario del PD Matteo Renzi.

Il primo caso, che viene sempre ricordato in questi casi, è il  sacco di Palermo che avvenne tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento e vide il protagonismo di personaggi rappresentativi dell’ambiente politico-mafioso quali Salvo Lima già sindaco del capoluogo siciliano (ucciso a Palermo nel 1992) e Vito Ciancimino che gli era successo come assessore. Nel 1961, sempre durante l’assessorato di Ciancimino nella giunta del sindaco Lima, il costruttore  Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) aveva ottenuto in soli otto giorni licenze edilizie per costruire in terreni destinati a verde pubblico e anche il costruttore Francesco Vassallo (genero di Giuseppe Messina, boss di Borgo Natale) riuscì a costruire numerosi edifici nonostante violassero le clausole dei progetti e delle licenze edilizie, avvalendosi di, prestiti di comodo rilasciati senza alcuna garanzia dalla Cassa di Risparmio, presieduta da Gaspare Cusenza, suocero dell’onorevole Giovanni Gioia.

Per queste ragioni numerosi appartamenti edificati da Vassallo vennero subito ceduti alle famiglie di Gioia e Cusenza. Nel 1969 – dieci anni dopo – l’ex sindaco Lima (eletto alla Camera dei deputati) verrà incriminato per aver consentito al costruttore Vassallo di aver costruito fuori da ogni legalità). Soltanto più di vent’anni dopo, grazie a idee che si legano alla collaborazione del giudice Giovanni Falcone con il Ros dei Carabinieri e specificamente con il colonnello Mario Mori e il capitano Giovanni De Donno, si precisa – da parte delle forze dell’ordine – l’informativa Mafia e appalti relativa alla prima parte delle indagini delle connessioni tra politici, imprenditori e mafiosi dove si rivelava l’esistenza di un comitato di affari e si facevano i nomi di persone e società coinvolte. Il ROS indicò in Angelo Siino   il riferimento centrale per la gestione illecita di tutte le gare pubbliche in Sicilia. Il 9 luglio di quell’anno furono arrestati Angelo Siino organizzatore, un massone legato ai Brusca di San Giuseppe Jato. Inoltre il geometra Giuseppe Li Pera, capoarea in Sicilia occidentale della Rizzani De Eccher di Udine e gli imprenditori Cataldo Farinella, Alfredo Falletta e Serafino Morici.

All’inizio del 1992 si aggiungeranno Vito Buscemi e Rosario Cascio. Angelo Siino spiegò agli inquirenti che da un certo punto in poi Cosa Nostra non si accontentò più ad estorcere tangenti ma passò direttamente a far aggiudicare gli appalti a imprese a lei sottomesse. Paolo Borsellino aveva deciso di approfondire il problema ma il nuovo procuratore capo Pietro Giammanco il 13 luglio 1992 decise l’archiviazione dell’inchiesta che venne eseguita il 14 agosto 1992. Il punto tecnico fondamentale è che queste imprese usavano cemento depotenziato che ha compor  tato numerosi crolli in tutta la Sicilia e in altre regioni italiane perché costruiti con poco cemento e molta sabbia. L’affare è molto redditizio per le mafie che gestiscono a livello nazionale il ciclo del cemento aggiudicandosi appalti nazionali e locali per costruire opere pubbliche e private (come è avvenuto, ad esempio di recente, negli ultimi anni per la metanizzazione di comuni della Sicilia e dell’Abruzzo).

Ma, nel ventunesimo secolo, il processo di conquista politico-mafiosa si è via via spostato da Palermo alla capitale d’Italia come testimoniano le inchieste che dai primi anni del secolo hanno caratterizzato le indagini sulla città: dall’informativa su Ostia del   2003 all’operazione Nuova Alba del 27 luglio 2013, dall’operazione Tramonto del 4 marzo 2014 agli appalti per gli stabilimenti balneari emersi il 4 novembre 2014 al processo di Catania denominato Iblis che ha condotto all’arresto di alcuni politici corrotti calabresi e siciliani (sono stati arrestati 23 mafiosi e sequestrati 50 milioni di euro). La scoperta recente dell’organizzazione di mafia-capitale che fa capo a Massimo Carminati e di Ermanno Buzzi con pesanti accuse (peraltro a volte confuse ed equivoche) nei confronti degli ultimi sindaci di Roma come dell’attuale presidente della regione Lazio Zingaretti rivelano, al di là delle responsabilità penali che andranno indagate dai giudici a livello personale come impongono le leggi e il dettato costituzionale) uno stato di malessere del paese Italia che sarebbe assurdo sottovalutare o fingere di non cogliere in questa occasione di fronte al caldo canicolare.

La verità è che l’intervento mafioso non è orientato all’economicità. I servizi ai cittadini sono di qualità scadente e costano cari per il sovrapprezzo che i mafiosi impegnati impongono agli appaltatori e per “retribuire” la corruzione degli uomini politici. La gestione criminale degli appalti è a volte rovinosa: le case, i ponti, le scuole, gli argini costruiti con cemento depotenziato crollano e le persone, gli alunni muoiono sotto le macerie. L’immagine internazionale dell’Italia ne esce ulteriormente impoverita. Di qui la malinconia con la quale mi è accaduto stamane di leggere i brani della confessione che Buzzi rinchiuso nel carcere di Cagliari ha ritenuto di dover fare a due pubblici ministeri per migliorare la propria posizione processuale e apparire non più organizzatore dell’operazione ma come altri concusso da persone più forti e potenti. Si vedrà attraverso il processo se Buzzi ha ragione o torto ma le considerazioni sul nostro paese non mutano per questo di segno.