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Paolo Dall’Oglio, segno di contraddizione

 

Due anni sono già trascorsi dal rapimento di Paolo Dall’Oglio. Due anni in cui la guerra siro-irachena ha lasciato sul campo non solo migliaia di vittime ma anche il progetto di un Medio Oriente se non appacificato, almeno in status quo. L’Isis ha spazzato via ogni speranza e ha buttato per aria i tradizionali schieramenti della regione, come testimonia l’ultimo voltafaccia turco di questi giorni. L’Isis che ha trovato il modo di crescere non solo per le metastasi violente che proliferano in certi ambienti musulmani, ma anche per le grandi responsabilità occidentali. A cominciare dalla scellerata decisione del governo di George W. Bush, nel 2003, di lasciare a casa il milione e passa di membri dell’esercito di Saddam Hussein senza cambiar loro le mostrine e arruolarli nel nuovo esercito. Un disastro che ha lasciato in campo più di un milione di potenziali terroristi, armati fino ai denti, per giunta, perché a casa loro avevano portato anche più di metà dell’arsenale nelle mani dell’esercito dissolto.

Altro errore fu quello di dividere in modo manicheo i buoni (chi voleva la partenza di Assad) e i cattivi (coloro che invece lo appoggiavano): ben presto ci si rese conto che la verità non era così nettamente dalla parte dei nemici del dittatore, visto che tra di loro c’erano migliaia di qaedisti e i futuri animatori dell’Isis. Terzo errore, assolutamente inescusabile, come più volte ha denunciato papa Bergoglio: noi occidentali continuiamo a condannare a parole la guerra, mentre i nostri imprenditori nella produzione di armi (mai dimenticare che l’Italia è il primo produttore al mondo di armi leggere) gongolano per i “mercati” che si aprono ogni volta che scoppia una guerra.

Il gesuita Paolo dall’Oglio aveva coscienza di queste contraddizioni occidentali (e di tante altre) e aveva deciso di schierarsi in un campo ben preciso dopo lo scoppio della guerra civile: si era schierato contro il dittatore Assad, nel contempo mettendosi contro tanti confratelli e contro la quasi totalità della comunità cristiana locale. Lo aveva fatto con coscienza, trascinato dalla sua notoria volontà evangelica di essere un segno di contraddizione. Lo aveva fatto conscio che probabilmente qualcosa gli sarebbe successo, come aveva confidato ai suoi amici, compreso il sottoscritto, nella nostra ultima conversazione telefonica, un mese prima del rapimento. Lo aveva fatto senza abbandonare il suo Vangelo, se è vero che è stato rapido proprio per cercare di salvare qualche fratello in più.

In questo anniversario doloroso, acutamente doloroso, non si può che pensare al suo possibile ritorno, senza illusioni ma nella speranza che non muore fino all’evidenza. Ma ancor più dobbiamo essere grati a Paolo perché il suo silenzio continua a parlare, a invocare la pace, a chiedere l’umiltà dei contendenti per giungere a un cessate il fuoco, a esigere la cura dei più poveri.

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