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Mastro Titta 5 – I potenti

 

Lo Stato Pontificio firma il 15 luglio del  1801 a Parigi, con Napoleone un concordato, con il prezioso lavoro del cardinale Ercole Consalvi, segretario dello Stato Pontificio, per il Papa Pio VII.  Il “Concordato del 1801” è un importante passo di Napoleone e va interpretato come atto di conciliazione tra il nuovo mondo rappresentato dalla Francia e l’antico rappresentato dal Papa. Bonaparte cerca un accordo con la chiesa, poiché i contadini francesi, suoi valorosi soldati erano cattolici e il Generale sapeva quale forza esercitava su di loro la religione quotidianamente.  Un atto politico di grande importanza, dopo la ferita provocata a tutto il mondo cattolico, con la deportazione del Papa Pio VI prigioniero in Francia, morto il 29 agosto del 1799  a Valence-sur-Rhòne.

Mentre in Europa Napoleone stabiliva un nuovo assetto politico tra gli Stati, a Roma la vita quotidiana aveva le sue difficoltà che davano molto lavoro a Mastro Titta.  Nelle sue memorie ci racconta come l’anno 1801 fu  un anno di duro lavoro per il carnefice dl Papa. Complessivamente giustiziò 14 persone,  e ricordiamo i luoghi, le date e i nomi dei giustiziati come li elenca Mastro Titta:

19 gennaio  Piazza del Popolo (Giuseppe Zuccherini, Giuseppe Sfreddi, Giacomo d’Andrea, avevano assassinato il corriere per Venezia)

27 gennaio in Camerino (Luigi Puerio, Ermenegildo Scani, Gaetano Lidieri, Leonardo Ferranti, avevano ucciso una principessa Spagnola)

9 febbraio  a Piazza del Popolo (Teodoro Cacciona per aver rubato un paio di stivali ad un ferraiolo e 60 scudi)

14 febbraio in Albano (Fabio Valeri per aver  rubato ad un pizzicagnolo di Ariccia)

21 febbraio in Viterbo  (Francesco Petrolani per aver  rubato e ucciso un oste e sua moglie)

6 giugno a Piazza del Popolo (Giovanni Fabrini per ave commesso un omicidio a via della Pace a Roma)

4 luglio a Subiaco (Domenico Trecca, per aver ucciso sua moglie ,un prete e un’altra persona)

1 settembre a Piazza del Popolo (Benedetto Nobili Per aver ucciso sua moglie, la comare e incendiato casa)

26 settembre ad Ancona (Antonio Neri per aver rubato ad un orefice 2000 scudi in oro e argento = oggi a circa 2.000.000,00 euro)

Il racconto popolare ci porta nelle strade che portano a Roma, che nel 1801  erano frequentate da banditi, assalivano le vetture private e le loro azioni erano sempre molto ardite. Le autorità dello stato pontificio conducevano molte indagini per scoprire i responsabili ma non riuscivamo mai a trovarli ne avere delle tracce. Un giorno un colonnello napoletano,  accompagnato dal fratello e da un servitore, che si stava recando ad Ancona per affari diplomatici per conto del re di Napoli Ferdinando di Borbone, fu assalito sulla strada che da Bracciano porta a Calcata. Questo delitto commesso a un potente, di uno stato amico del Papa, doveva avere i suoi colpevoli, quindi i responsabili della giustizia dello Stato Pontificio  si diedero da fare.   Riportiamo il racconto di Mastro Titta

Ad un miglio circa dell’Osteria del Pavone, presso Baccano, al sopraggiungere della carrozza di viaggio, che portava il colonnello ed i suoi, sbucarono da una siepe tre individui. Quello che pareva il capo fermò i cavalli ed ordinò al vetturino di scendere da cassetta. Nel frattempo altri due giovanotti imberbi si presentarono agli sportelli del legno e spianando i fucili intimarono ai viaggiatori di consegnare i denari e gli oggetti preziosi che avevano. Quindi vennero lasciati proseguire il viaggio. Giunti a Baccano, il colonnello mandò subito un rapporto del fatto al governatore di Monte Rosi e questi lo trasmise al governo centrale in Roma, il quale ordinò ad un bargello di partire con alcuni birri di campagna pel teatro del delitto, il che fu subito fatto. Giunto il bargello a Calcata, si seppe che la notte stessa, erano state commesse, evidentemente dalla medesima banda due altre aggressioni. La prima contro il conduttore della corriera postale fra Roma e Guarcino, cui erano stati presi pochi paoli; la seconda, contro alcuni mulattieri, ai quali erano stati tolti i ferraioli e le robe che avevano nelle bisaccia, i pochi denari; e a uno d’essi i bottoncini d’oro che portava all’orecchie, a un altro le scarpe nuove.

Assunte alcune informazioni il bargello co’ suoi birri andò subito ad arrestare in Calcata il suo collega, il bargello del paese, che godeva pessima fama ed era indiziato di aver rubato di notte al farmacista di Calcata un mulo, mandato poi a vendere in piazza Montanara a Roma da’ suoi complici. E col bargello di Calcata, Giuseppe Zuccherini, arrestò due guardie da lui dipendenti, Giuseppe Sfreddi, romano, già contumace per altri reati, e Giacomo D’Andrea, veneto, già fornaio disoccupato, e come l’altro assunto in servizio dallo Zuccherini.

Il bargello di campagna, trovò i summenzionati in possesso di una bisaccia, contenente tutta quanta la refurtiva. Ma nell’interrogatorio che gli arrestati subirono in Calcata, dissero che quella bisaccia l’avevano tolta la notte stessa a tre malandrini, sorpresi sulla strada, coi quali s’erano colluttati, e che erano poi fuggiti lasciando la bisaccia sul terreno. Quanto alle scarpe nuove del mulattiere, che il D’Andrea s’era messe, questi si scusò dicendo, che non potendo camminare colle proprie, tanto eran rotte e malconcia, aveva prese provvisoriamente quelle dalla bisaccia. Tradotti a Roma e sottoposti a nuovi interrogatori, il D’Andrea, giovane ventenne appena, confessò tutto: gli altri negarono recisamente. Ma  fu vana opera. Convinti del reato, vennero condannati alla forca ed allo squartamento, anco per dare una soddisfazione al re di Napoli, Ferdinando di Borbone, che strepitava per averla.

È impossibile descrivere la densità della folla, che s’era agglomerata in piazza del Popolo la mattina del 19 gennaio 1801, quando eseguii la sentenza. Scesi dalla carretta coi confortatori, la gente ci circondò d’ogni parte e a stento i soldati poterono aprirci il varco per salire sulla piattaforma del palco. Ma i condannati erano solidamente legati colle mani dietro le reni: i cappuccini stavano loro intorno e sarebbe riuscito vano qualsiasi tentativo di fuga.

Sarebbe inutile ripetere i particolari dell’esecuzione, che non offrì nessuna varietà. Morirono coraggiosamente e cristianamente, dopo aver chiesto perdono dei loro delitti. E questo, come sempre accade, conciliò loro le simpatie della folla, ammirata dal franco portamento.

— Che peccato — mormoravano specialmente le donne — così giovani!

I loro resti rimasero appesi al palco tutta la giornata. Solo nella notte vennero ritirati e il patibolo fu disfatto.

Ancora una volta uno spettacolo cruento, un intrattenimento popolare, con gli avvenimenti che maggiormente sono rimasti nella memoria collettiva delle persone di Roma papale, nei tempi a cui si rifà il racconto. La cosa che ritengo importante è l’aspetto della nostra storia meno noto, la vita quotidiana delle persone, le loro azioni,  le reazioni delle autorità preposte, in un periodo in cui la democrazia non esisteva e nell’Europa agiva la forza innovatrice di Napoleone.

Ai giorni nostri, RAI DUE parla di Mastro Titta. Roberto Giagobbo autore di Kazzinger, come lo appella Maurizio Crozza, nella puntata di lunedì  6 luglio  2015, ne ha detta un’altra. Parlando di Castel Sant Angelo e delle esecuzioni, ha sostenuto che nel piazzale del Castello fu  giustiziata Betrice Cenci (11 /09/ 1599), vero,  da Mastro Titta falso (Senigaglia 6 marzo 1779 – Roma 18 giugno 1869) . Verificare le informazioni che si danno in TV , quando si raccontano gli avvenimenti per l’intrattenimento, davanti a milioni di persone, è importante, è la credibilità del proprio lavoro.

Nelle sue memorie il Boja de Roma ricorda (p.299 – Roma 1971) una sua personale storia della ghigliottina partendo dal 1555- A Roma Beatrice Cenci e la sua Matrigna Lucrezia Petroni furono giustiziate con la mannaia dal Boia  Alessandro  nel 1599,  per la condanna pronunciata dal tribunale di Papa Clemente VIII.  Beatrice Cenci aveva ucciso il padre, uomo dissoluto, poiché le faceva violenza sessuale; furono giustiziati, perché ritenuti correi, anche la matrigna Lucrezia ambedue con il taglio della testa con uno spadone, e il fratello Giacomo  condannato anche allo squartamento. All’esecuzione fu costretto ad assistervi il fratello minorenne Bernardo, condannato anche a remare per tutta la vita sulle navi del Papa. Caravaggio insieme al suo collega pittore Orazio Gentileschi e la giovane figlia Artemisia anche lei pittrice erano presenti tra la folla per assistere alla esecuzione. Il racconto popolare, tramanda come la gente di Roma, tentò di impedire l’esecuzione con tumulti, sommosse e risse poiché disapprovava la decisione dal tribunale del “Papa Re Clemente VIII,( Ippolito Aldobrandini, Papa nel 1592 morto a marzo del 1605).  11 settembre del 1599 era una giornata afosa e i tumulti del popolo romano provocarono la morte di alcuni spettatori, mentre altri caddero nel Tevere e affogarono; certo un intrattenimento molto pericoloso per gli attori principali e per il pubblico.

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