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Spartirsi la tortura

 

“…La Corte europea dei diritti umani potrebbe occuparsi d’altro…” Così parlò Salvini. A nessuno  è venuto di chiedergli: “d’altro che, di grazia?”. Dunque lo facciamo noi benché prevenuti sulla risposta che, bontà sua, potrebbe fornire: che ne sa, infatti, lui di diritti umani visto che impianta  i suoi (molteplici) consensi su tutto ciò che va contro quei diritti?

Non hanno invece giustificazioni i responsabili dei tanti governi italiani che, pur aderendo con altri 156 Paesi alla convenzione Onu che 31 anni fa bandì la tortura, ancora oggi non hanno contemplato legge che punisca l’efferato reato, nonostante ufficiale richiamo di Strasburgo e ipocrita partecipazione ogni 26 giugno alla giornata mondiale contro il più cruento strumento di coercizione. Per l’ occasione il nostro ministro dell’interno ribadisce che è favorevole all’inserimento del reato nei nostri codici, però esige che siano rassicurate le forze di polizia sull’ipotetico reato. Un po’ come dire: io ci sto, ma sia chiaro fin d’ora che in polizia non esiste proprio la possibilità di trovare torturatori. Dal ministro “degli eserciti” invece  s’è manco avuto un fiato nonostante che i carabinieri siano intercambiabili con la polizia di Stato…
Che possiamo dedurre dunque allo s(S)tato attuale? Che, di fatto, l’Italia non contemplando il reato di tortura (il sadismo ne è sinonimo) consente istituzionalmente a tutti i cittadini -forze dell’ordine comprese- di potere condizionare  la volontà di ogni umano essere adoperando forme di violenza fisica e/o psicologica  (tortura, appunto).

Può darsi forse che i nostri ancora non ne conoscano il significato, visto certe divisioni di fette  istituzionali?

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