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Dal Saharawi alla Palestina fino a Ceuta e Melilla: i “muri della vergogna”

 

L’ultima ad aver annunciato la volontà di costruire una barriera anti-immigrati è l’Ungheria ma sono almeno 50 in tutto il mondo. Ne parla il rapporto Caritas realizzato in occasione della Giornata del rifugiato. “Lo scopo è separare il Nord ricco da scomode intrusioni”

 

ROMA – Una volta erano gli europei che solcavano l’Atlantico per andare a cercare la fortuna in America. Oggi i “barconi della speranza” percorrono nuove traiettorie: si passa attraverso il Golfo di Aden (Mar Rosso) per raggiungere dal Corno d’Africa la penisola Arabica; si attraversano i mari del sud-est asiatico verso la Thailandia, la Malesia o l’Indonesia e l’Oceano Pacifico verso l’Australia; si arriva poi nelle isole del Mar dei Caraibi per andare verso gli Stati Uniti e infine si va da una sponda all’altra del Mediterraneo, cercando approdo nella “fortezza Europa”. Mete diverse di un viaggio per tutti lungo e difficile: molto spesso i migranti non arrivano nemmeno al limite del mare perché vengono fermati prima nel loro cammino da ostacoli naturali come montagne, fiumi e deserti. Il deserto del Sahara, in particolare, che separa l’Africa nera dal miraggio europeo, rappresenta un confine naturale sterminato, per molti invalicabile. Altre volte, dove la natura non ha posto barriere ci ha pensato l’uomo a costruire un muro. L’ultimo annunciato è quello che l’Ungheria vorrebbe costruire al confine con la Serbia, ma sono circa in tutto il mondo le barriere artificiali fatte per respingere i migranti. Lo sottolinea il dossier  “Mari e muri: infinite barriere mortali per i migranti” che Caritas italiana rende noto in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Un focus sul fenomeno migratorio con uno sguardo particolare sui confini da varcare.

Da Ceuta e Melilla a Tijuana: confini artificiali “per difendere i paesi ricchi da scomode intrusioni” E’ conosciuto come “il muro della vergogna” , quello che separa il Marocco e la parte dell’ex-Sahara occidentale, occupata nel 1975 dalle zone sotto controllo della popolazione Saharawi: lungo 2.720 chilometri, protetto da 160 mila soldati armati, 240 batterie di artiglieria pesante, più di 20 mila Km di filo spinato, veicoli blindati e mine antipersona proibite dalla convenzione internazionale. Ci sono poi i muri di Ceuta e Melilla, le ultime due enclaves sotto la sovranità spagnola in territorio africano, costituiti da una tripla barriera lungo i confini delle due città con il Marocco, con recinzioni alte 6 metri, sormontate da reticolati di filo spinato e controllate costantemente da agenti della Guardia Civil spagnola. Il muro Tijuana, invece, si estende per oltre 1.000 chilometri sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti. E poi c’è il muro israelo-palestinese, il muro tra India e Bangladesh, quello tra Iran e Pakistan: oltre 50 barriere artificiali in tutto il mondo.

“Migliaia di chilometri , circa 8.000,che hanno lo scopo di separare gli esseri umani gli uni dagli altri – scrive la Caritas – e di difendere i Paesi più ricchi, o democrazie murate da scomode intrusioni”. Ai muri naturali e artificiali si aggiungono poi “i muri metaforici che abitano le società dove i migranti giungono: l’indifferenza verso chi soffre, il pregiudizio verso lo straniero, il sentimento di chiusura e avversione contro profughi e rifugiati – continua la Caritas – Nuove barriere che spesso le persone migranti trovano alla fine del loro viaggio, quando il peggio sembrava ormai alle spalle e la speranza di una nuova vita provava a germogliare; atteggiamenti che fanno sorgere una domanda: Perché? Che cosa è successo alla nostra umanità?”. Secondo la Caritas invece “ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino e ha pure il diritto di immigrare in altre comunità politiche. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza alla stessa famiglia umana e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”

60 milioni di rifugiati. Ecco le rotte principali dei loro viaggi.  Secondo l’ultimo Global Trends diffuso dall’Unhcr, alla fine del 2014 erano 59,5 milioni le persone costrette ad emigrare dai luoghi di origine, a causa di conflitti armati, persecuzioni, violenze generalizzate e violazioni dei diritti umani. Un numero impressionante, che esprime chiaramente il dramma della realtà migratoria: in media ogni 4 secondi, nel mondo, una persona è costretta a fuggire dalla propria casa. Nel 2014, secondo le stime delle autorità costiere e le informazioni confermate da altre attività di monitoraggio, almeno 348 mila persone nel mondo hanno tentato queste traversate per via mare. L’Europa, che confina con importanti conflitti a Sud (Libia) e Sud-est (Siria/Iraq), è stata destinataria del numero più elevato di arrivi via mare. Sono più di 207 mila le persone che hanno attraversato il Mediterraneo nel 2014, quasi tre volte in più rispetto al precedente picco di circa 70 mila persone nel 2011, quando la guerra civile libica era in pieno svolgimento. Nel 2014, i richiedenti asilo rappresentano la componente maggioritaria di questo tragico flusso. Il 50 per cento circa degli arrivi è composto infatti da persone provenienti da Paesi di origine dei rifugiati (principalmente Siria ed Eritrea).

Oltre al Mediterraneo, ci sono attualmente almeno altre tre rotte marittime utilizzate in via prioritaria sia dai migranti che dalle persone in fuga da conflitti o persecuzioni. Dal 1 gennaio alla fine di novembre 2014, nella regione del Corno d’Africa 82.680 persone hanno attraversato il Golfo di Aden e il Mar Rosso nella rotta che dall’Etiopia e dalla Somalia permette di raggiungere lo Yemen o successivamente l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo Persico. Nel sud-est asiatico, si stima che siano 54 mila le persone che hanno intrapreso queste traversate via mare nel 2014. In molti casi si tratta di persone in fuga dal Bangladesh e dal Myanmar e intenzionate a raggiungere la Thailandia, la Malesia o l’Indonesia. Nei Caraibi, inoltre, sono circa 4.475 le persone che hanno preso la via del mare lo scorso anno. Oltre alle traversate via mare, continuano le migrazioni attraverso i deserti (in Africa e in America), le steppe dell’Asia centrale, i corsi d’acqua, le montagne e i grandi valichi che la natura ha posto come ostacoli al movimento umano. “E prosegue inesorabile il tentativo costante di varcare i muri, che segnano artificialmente i confini politici segnati dagli uomini e che separano metaforicamente il primo mondo, visto ancora come miraggio di benessere e opulenza,– scrive la Caritas – dal Sud del mondo tenuto in posizione di esclusione e marginalità. il numero delle vittime identificate con certezza nel 2014, pari a 5.017 persone. Solo nell’area mediterranea si contano 3.279 vittime, il 63% del totale. Si tratta di un dato minimo, non essendo possibile stimare quante persone sono morte effettivamente”.

Da redattoresociale

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