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Per salvare l’informazione

 

Il Bel Paese sta andando tranquillamente verso quella che il politologo francese Marc Lazar (ed io sono non da oggi d’accordo con lui) definisce  una “democrazia esecutiva” e non più parlamentare come adesso pensano, molti pur dopo aver guardato con iniziale fiducia o addirittura entusiasmo, all’esordio di governo dell’ex sindaco di Firenze  e lascia addirittura all’uomo di Arcore la chance di rimproverare ai governi occidentali di non aver partecipato alla parata di Mosca a 70 anni dalla sconfitta del nazionalsocialismo e, a leggere con attenzione un dato oggettivo come gli scioglimenti dei consigli comunali in Italia per infiltrazioni mafiose, si è costretti a verificare che nel 2013 e 2014 sono diventati sempre più rari.

Ma ai segni più evidenti e clamorosi di quello che sta succedendo si accompagnano anche segni  in grado di raggiungere  un pubblico molto limitato ma che, se letti con altrettanta attenzione, non  sono  meno importanti e ed uno di questi personalmente mi preoccupa molto per la sua provenienza e per quello che significa.

Parlo dell’indagine compiuta dall’AGcom su “Informazione e internet in Italia, modelli di business, consumi, professioni”.

L’indagine mostra come in Italia esistano ostacoli  “strutturali al cambiamento che non favoriscono l’efficiente allocazione delle risorse  e la crisi del settore del l’informazione contribuisce a penalizzare quelli che si affacciano alla professione e genera una frattura rispetto ai giornalisti già strutturati. Il sistema attuale è dunque incapace di creare le condizioni indispensabili per affrontare un cambiamento radicale come quello in corso.  L’indagine mostra in particolare come in Italia esistano degli “ostacoli strutturali che non favoriscono l’efficiente allocazione delle risorse con ricadute negative soprattutto per le fasce di età più giovani e per le donne.” Uno dei tratti che segnano la fase attuale  è il fatto, secondo l’indagine, che “nel nuovo contesto tecnologico e di mercato è il consumatore a selezionare, ed in alcuni casi persino a creare, (anche per mezzo di servizi di aggregazione e di social network) una propria offerta. E l’ indagine richiede “un radicale ripensamento del contesto istituzionale che ha caratterizzato l’evoluzione del sistema dei media e la definizione di un nuovo con testo di riferimento adatto alle nuove sfide.

Come in ogni passaggio  epocale, infatti, la crisi contiene in sé rischi di declino strutturale, ma anche straordinarie opportunità di rigenerazione.” Attraverso una molteplicità di fonti si è realizzata una disamina della professione giornalistica attraverso un’apposita rilevazione (l’Osservatorio sul giornalismo) condotta  per la prima volta in Italia su un ampio campione di professionisti dell’informazione oltre che, attraverso  le informazioni acquisite da tutte le fonti disponibili (ODG,INPGI), che hanno permesso la ricostruzione del l’universo della forza lavoro giornalistica.  Ed ha allargato la ricerca attraverso l’avvio di una collaborazione con il Reuters Institute for the Study of Journalism presso l’Università di Oxford) ad altri paesi europei relativi al consumo di informazioni esistenti negli altri Stati europei. Avremo così un’occasione di particolare interesse non soltanto per i giornalisti e per i lettori più in generale, ma anche per chi ha scritto e scriverà ancora studi su questi problemi, per fare il punto sui cambiamenti in corso e su quelli che avverranno nei prossimi anni e che saranno decisivi da almeno due punti di vista: i cambia menti tecnologici della comunicazione e la salvaguardia dei punti essenziali della libertà di tutti, a partire proprio da quell’articolo 21 della Costituzione repubblicana che è tanto caro a molti di noi.

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