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Se non ci sono alternative, allora non c’è speranza

 

“Quello che dici è tutto vero, ma non hai alternative”, c’era scritto in un commento a un mio post di qualche giorno fa. Il senso che con quell’affermazione il suo autore voleva trasmettere era sostanzialmente questo: “le tue posizioni posso anche capirle e condividerle, ma ciò che chiedi non può esser fatto, quindi, tieniti quello che c’è, che è l’unica possibilità possibile”.

Ora, quando Margaret Thatcher coniò il suo slogan raccolto nell’acronimo TINA, there is no alternative, appunto, lo faceva perché, in sintesi, vedeva le sue possibilità di successo legate a una società che sempre più si considerasse tale (diceva, addirittura: “la società non esiste, esistono gli individui”), ma che, frammentata all’inseguimento delle miserie e dei successi personali di ognuno, invogliasse, nella mente dei più, l’idea dell’ineluttabilità del sistema attuale, in modo da distrarre e distogliere loro dall’impegno per provare a cambiarlo.

Nella sua logica funzionava, come sempre è funzionato per chi è al potere e come funziona così ancora oggi. La cosa triste è notare l’omologazione attiva che anche coloro che di certo non sono annoverabili fra i potenti hanno rispetto a questa visione delle cose.

Non si limitano a immaginare che per cambiare il mondo non si possa fare “niente” (un grazie a Giustino Fortunato per averci insegnato quanto può diventar duro essere i politici di quel niente), praticando una rinuncia al massimo tesa a consentirsi la sopravvivenza. Essi, invece, si attivano per convincere pure gli altri, possibilmente tutti gli altri, che “così è perché così non può che essere; quindi, poche chiacchiere e lavorate tutti per la gloria indiscutibile dei manovratori e della manovra”.

Il problema si pone, secondo me, nell’ottica di chi, in questo scenario ineludibile, non trova la sua dimensione e anzi, e peggio, viene scacciato, schiacciato ed escluso. Il potere, diffuso e permeato alle finestre di quelli che non si impegnano mai, ci vorrebbe tutti intenti a contare “i denti ai francobolli”, per essere rassicurato. Ma per far questo, ciascuno dovrebbe dismettere la speranza. Senza la quale, però, vi è solo disperazione, chiaramente, e rabbia e violenza, conseguenze scontate per chi non può porsi come forza, perché solo e senza orizzonti, visioni, prospettive.

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