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Iran, la questione è tutt’altro che risolta

 

Attenzione a non scadere nella solita retorica: il pre-accordo di Losanna fra l’Iran e il gruppo dei 5 più 1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania, con l’Europa per una volta in una posizione non del tutto ininfluente o subalterna) in merito allo sviluppo nucleare del paese degli ayatollah è senz’altro un’ottima notizia e chi lo nega, semplicemente, mistifica la realtà. Attenzione, però, a non ammantare quelle che al momento rientrano nella schiera delle buone intenzioni per fatti già accaduti, altrimenti si rischia di fornire un’informazione settaria, senza tenere conto che da qui al 30 giugno, data prevista per la ratifica ufficiale del trattato, può succedere di tutto.

Il possibile sblocco delle sanzioni dopo un decennio di embargo e di isolamento, dovuto anche alle politiche ignobili del negazionista Ahmadinejad, segnerebbe per l’Iran un ritorno sulla scena mondiale che consentirebbe all’antica Persia di assumere nuovamente il ruolo di potenza regionale che le spetta. Anche questa, analizzandola in termini geo-politici, è una buona notizia perché l’eventuale rinascita dell’Iran sciita, se dovesse concretizzarsi, creerebbe un bilanciamento nei confronti dell’Arabia Saudita e degli altri paesi sunniti della Regione, rendendo meno ardua la lotta contro i barbari dello Stato Islamico. Al netto di certa inutile propaganda, infatti, è risaputo che gli stati sunniti del mondo arabo sono tra i principali sostenitori e finanziatori di al-Baghdadi e dei suoi intenti criminali, dando vita a un doppiogiochismo che l’America obamiana sembra essersi stancata di accettare. Anche in questo caso, a dispetto di ciò che asseriscono i propagandisti a tempo permanente effettivo, è bene sottolineare che la maggiore autonomia degli Stati Uniti nei confronti delle petromonarchie arabe non deriva da chissà quale afflato ideale ma dal fatto che ormai l’America, dal punto di vista energetico, è meno dipendente rispetto a quanto non lo fosse ai tempi dei Bush; anzi, pare che grazie all’estrazione dello Shale oil e dello Shale gas sia addirittura diventata autosufficiente.
Obama, dunque, può permettersi, a differenza dei predecessori, di riabilitare un attore sconveniente come l’Iran, il quale si sta però rivelando utilissimo nella lotta congiunta contro gli adepti del Califfato. Anche in questo caso, non si tratta di un afflato umanitario ma di un interesse ben preciso: l’Iran, come detto, è l’emblema del potere sciita ai tempi dell’avanzata dei sunniti; o meglio, del loro ritorno in grande stile dopo l’abbattimento di Saddam Hussein, cui comunque, fra tanti demeriti, va riconosciuto il merito di aver sempre tenuto ben distinte politica e religione. Il che, ovviamente, lo rendeva assai inviso tanto alla teocrazia iraniana degli ayatollah quanto all’Arabia Saudita dei precetti religiosi stringenti, isolandolo e favorendo l’avanzata delle truppe americane nel sostanziale silenzio del mondo arabo.
Ciò che devono aver capito sia a  Teheran che alla Casa Bianca è che come non si va da nessuna parte con un sosia mal riuscito di Hitler quale Ahmadinejad, allo stesso modo non si può pensare di affamare un popolo, ridurlo alla disperazione, arrivare addirittura a scioglierne l’esercito, privandolo di ogni sicurezza, come ha fatto Bush in Iraq, e poi pretendere pure che esso non reagisca e non maturi un odio feroce e indiscriminato nei confronti di quelli che considera, non a torto, degli oppressori.

Da queste considerazioni, deriva la saggia politica di aperture e mani tese del moderato Hassan Rouhani, favorito dall’ayatollah Khamenei quando si è reso conto che Ahmadinejad fosse divenuto ormai dannoso per gli interessi iraniani, e da qui deriva, con ogni evidenza, l’altrettanto positivo approccio di Obama e Kerry, desiderosi di chiudere i fronti aperti da Bush e di sopire i numerosi focolai di tensione che hanno sfiancato e costretto l’America a vivere nel terrore per oltre un decennio.
Quanto alla posizione del super-falco Netanyahu, è evidente che la sua vera preoccupazione non riguardi tanto il nucleare iraniano, che al massimo potrebbe fungere da deterrente nei confronti di quello israeliano, quanto il fatto di aver sbagliato tutto dal punto di vista strategico, isolandosi e condannando il proprio Paese a una deriva oltranzista che rischia di acuire da una parte i pessimi rigurgiti di anti-semitismo cui stiamo assistendo da anni e dall’altra di creare una giustificazione fittizia e insostenibile verso quei gruppi estremisti che davvero mettono a repentaglio il diritto del popolo israeliano di sopravvivere.
Non sorprende ma, sinceramente, addolora, malgrado i tempi, che il popolo che fu di Rabin abbia scelto, poche settimane fa, di rifugiarsi nuovamente fra le braccia di un fondamentalista privo di alcuna visione strategica e ideale, animato unicamente da un cieco furore guerrafondaio, il quale confida nella grettezza e nella stupidità della frangia più talebana dei repubblicani americani per ostacolare e, infine, far fallire un accordo che potrebbe contribuire a stabilizzare la polveriera mediorientale e garantire, esso sì, la sopravvivenza di Israele e il suo diritto a esistere.
Le ragioni del nostro scetticismo non derivano, pertanto, dalla saggezza e dalla lungimiranza dimostrate da Obama quanto, più che mai, dall’insipienza manifestata in varie circostanze dagli alleati storici degli Stati Uniti, vale a dire Israele e l’Arabia Saudita, e dalla miseria morale di avversari interni, i repubblicani per l’appunto, che, pur di lucrare, al pari di Netanyahu, qualche voto dalle paure ataviche della gente, sono pronti a compromettere il benessere e le prospettive dell’umanità.

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