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8 MARZO: El Salvador, il potere della chiesa sul corpo delle donne

 

Il 22 gennaio 2015, a seguito di una campagna di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani, l’Assemblea parlamentare di El Salvador ha votato a favore della grazia per Carmen Guadalupe Vásquez Aldana, una giovane donna che nel 2008, all’età di 18 anni, era stata condannata a 30 anni di carcere. Il 20 febbraio, è tornata in libertà. Il suo “reato”? Aver avuto un aborto spontaneo.

Carmen Guadalupe Vásquez Aldana era rimasta incinta a seguito di uno stupro. Dopo l’aborto spontaneo, venne portata in un ospedale pubblico di San Salvador, la capitale del paese. I medici l’accusarono di aver abortito volontariamente. Venne condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato. In materia di aborto, El Salvador ha una delle leggi più restrittive del mondo. Abortire è sempre un reato, anche quando la salute della donna sia in pericolo, quando proseguire la gravidanza metta a rischio la sua vita o quando il feto non abbia alcuna probabilità di vita. Leggi analoghe sono in vigore in Nicaragua, Suriname, Haiti, Honduras e Cile, anche se in quest’ultimo paese le cose potrebbero cambiare: la presidente Michelle Bachelet ha presentato al Congresso una proposta di legge per consentire l’aborto quando la gravidanza sia a seguito di stupro, se il feto non abbia speranza di vita o se la vita della madre sia a rischio.

Torniamo in El Salvador. Chi cerca di aggirare la legge ricorrendo a un aborto clandestino va incontro a conseguenze terribili: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il 9 per cento dei casi di mortalità materna in America centrale è causato da un aborto insicuro. Chi può permetterselo, si rifugia in una clinica privata per pagare l’intervento e anche il silenzio oppure va all’estero. A subire le conseguenze della legislazione sono le donne povere, quelle che arrivano negli ospedali pubblici doloranti e angosciate e vengono denunciate dai medici, che altrimenti rischierebbero il carcere a loro volta.

Negli anni Novanta, in un paese che si stava appena riprendendo da decenni di guerra civile e di massacri spaventosi, la chiesa cattolica guidò una vigorosa campagna anti-abortista ottenendo, nel 1998, la legge tuttora in vigore.
Oggi, attraverso una lobby ben finanziata, la chiesa cattolica continua a influenzare le politiche sui diritti sessuali e riproduttivi, servendosi dei contatti giusti nelle istituzioni e di una stampa alleata che accusa le donne, anche coloro che hanno avuto un aborto spontaneo, di essere delle criminali.

Il caso di Carmen Guadalupe Vásquez Aldana non è affatto unico. Secondo la Coalizione civica per la depenalizzazione dell’aborto, tra il 2000 e il 2011 sono state processate 129 donne: di queste, 23 sono state condannate per aver abortito illegalmente e 26 per omicidio.
Tra queste ultime, ci sono “le 17”, al centro di una campagna globale di Amnesty International. La maggior parte di loro si trova nel carcere femminile di Ilopango: fino a 40 detenute per cella e più di 100 bambini al di sotto dei cinque anni detenuti con le loro mamme. Esaurite nel corso degli anni tutte le possibilità di ricorso giudiziario, “le 17” hanno deciso di fare come Carmen Guadalupe Vásquez Aldana e chiedere la grazia.

Amnesty International ha presentato al presidente Sánchez Cerén oltre 200.000 firme a sostegno della loro richiesta.

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