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Dodici mesi di promesse e danni

 

“Arrivo, arrivo!” scrisse un anno fa su Twitter il neo-presidente del Consiglio, al termine di una lunga discussione con Napolitano sulla lista dei ministri. Persino Napolitano, infatti, pur nutrendo marcate simpatie per il renzismo e, forse, addirittura per i suoi metodi, gli aveva fatto presente l’insostenibilità di certe pretese: Delrio all’Economia, per intenderci, non poteva e non doveva passare, per il semplice motivo che non l’avrebbero accettato a livello internazionale e non perché a certi tavoli si parli rigorosamente inglese ma perché si parla rigorosamente di questioni economiche e, sinceramente, ci sfuggono le competenze dell’ex sindaco di Reggio Emilia in materia. Non che Padoan stia brillando per particolari virtù, intendiamoci, ma almeno all’OCSE e al Fondo Monetario Internazionale sanno chi sia e in Europa lo considerano, purtroppo per noi, uno di loro.

Sul resto della compagine di governo, invece, preferisco non esprimermi: non per antipatia nei confronti di questo o quel ministro, niente di personale, ma perché il quadro complessivo è stato ben tracciato a fine settembre da Ferruccio de Bortoli, il quale ha parlato espressamente di alcuni ministri nominati per non fare ombra al Premier e di un’azione dell’esecutivo complessivamente insufficiente. Ed era settembre: prima del Jobs Act, che agli azionisti del “Corriere” piace tanto mentre noi lo consideriamo aberrante, e prima della definitiva umiliazione del Parlamento, ridotto ormai a passacarte e mero esecutore delle scelte del governo, con i parlamentari costretti a ratificare decisioni assunte altrove e i pochi dissidenti costantemente offesi e insultati al grido di “gufi”, “frenatori” e via elencando, in un climax ascendente di volgarità che rende bene l’idea del livello cui è precipitata la politica italiana.

Nel concreto, una miriade di annunci: si cominciò con una riforma al mese (bisognava vincere le Europee e arrestare l’avanzata dirompente di Grillo, dunque tutto faceva brodo e la stampa al seguito non lesinava elogi, interviste e paginate di encomio a qualunque smargiassata del Premier e dei suoi sostenitori); poi fu la volta degli 80 euro (rivelatisi del tutto inutili, dato che la fiducia dei cittadini non cresce a colpi di tweet e promesse mirabolanti); vinte le elezioni, a dispetto di un’economia ancora in panne, e anzi condannata a subire il micidiale uno-due del ritorno in recessione e dell’arrivo della deflazione, ecco che si è passati allo stravolgimento della Costituzione, con un’ineffabile riforma del Senato e una riforma elettorale che ricalca, anzi peggiora, il già incostituzionale Porcellum calderoliano; infine, le mitiche riforme strutturali “made in Troika”, basate su precariato a vita, lavori a bassa qualifica e con salari da fame, nessuna prospettiva per le future pensioni, abbattimento dello Statuto dei lavoratori, dell’articolo 18 e di ogni altra tutela e diritto dei lavoratori e creazione di infinite discriminazioni fra chi ha avuto la fortuna di nascere prima dell’avvento del liberismo selvaggio e chi, invece, è colpevole di esser nato negli anni del reaganismo, del thatcherismo e della fitta schiera di cantori della mercificazione della vita e degli esseri umani, in barba alla Costituzione, alla Dichiarazione universale dei diritti umani e ad altri ferri vecchi di un tempo che non esiste più, sepolto sotto le macerie dello yuppismo rampante di cui Renzi altro non è che una delle più riuscite espressioni.

A tutto questo, che sarebbe già abbastanza, per accompagnarlo alla porta, si sommano i costanti attacchi ai “professoroni”, la guerra sferrata a intellettuali e sindacati, il disprezzo per chi ancora si ostina a professare idee di sinistra e l’assalto, questo sì ideologico e pericoloso, ai pilastri su cui si fondano la convivenza civile e la coesione sociale che hanno sorretto il nostro Paese nei momenti più duri e delicati.

Perché, per quanto qui si sia sempre pensato e detto che “ideologia” non è una parolaccia e che una politica post-ideologica non esista e non abbia alcun senso, commetteremmo un grave errore interpretativo se pensassimo che Renzi e il suo governo non siano guidati da un’ideologia: altroché se lo sono! È l’ideologia della lotta spietata per farsi spazio descritta da Gordon Gekko (Micheal Douglas) nel film “Wall Street”; è l’ideologia che rivendica l’arroganza come un valore anziché come un’abiezione; è l’ideologia della post-politica o, per meglio dire, dell’anti-politica di governo, del populismo istituzionale, della politica del menu, dell’attenzione viscerale e assoluta alle richieste del pubblico, della comunicazione elevata a contenuto, fine e ragione stessa dell’azione di governo; è l’ideologia dell’“uomo solo al comando”, della gestione aspra del potere, di un craxismo andreottiano nell’esercizio del medesimo e della totale negazione di ogni forma di ascolto e considerazione nei confronti di chi la pensa diversamente.

In conclusione, dobbiamo ammettere di aver commesso un colossale errore quando sostenevamo che Renzi, attraverso il Patto del Nazareno, avesse resuscitato Berlusconi; al contrario, l’ex sindaco di Firenze, con quell’abile e spregiudicata mossa, ha introiettato il berlusconismo all’interno del PD, rendendo il partito appetibile non tanto agli occhi di chi si riconosce nelle idee e nei valori tipici di una destra liberale quanto, più che mai, di chi vuole che duri all’infinito il ventennio tragico che qualcuno, a sinistra, si illude di essersi lasciato per sempre alle spalle.

A colpi di annunci, sparate, picconate a quel che resta della Costituzione e dei suoi princìpi basilari e gestione muscolare dei rapporti di forza, Renzi è riuscito, in dodici mesi, a far sembrare il suo predecessore un illustre statista, al punto che oggi ci verrebbe quasi voglia di rimpiangerlo, dopo aver rimpianto per vent’anni il CAF contro cui un tempo vergavamo editoriali al vetriolo. Oggettivamente, chapeau!

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