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Democrazia in recessione. Caffè del 19

 

Un paese senza politica estera, che si informa male e reagisce sulla base di emozioni o interessi particolari, forse è un paese senza classe dirigente. Ucraina: il cessate il fuoco di domenica non poteva funzionare finché truppe ucraine, regolari e non, occupavano la città di Debaltsevo, decine di chilometri dentro la zona controllata dai pro russi. Financial Times: “L’esercito ucraino cacciato da un nodo ferroviario strategico”. El Pais: “Putin umilia l’Ucraina con una gran vittoria militare dopo la tregua”. È così! I negoziatori non hanno convinto Kiev a ritirarsi da Debaltsevo prima del cessate il fuoco…finendo col rafforzare Putin. Il quale, dopo aver offerto protezione alla Grecia – nel caso di un’uscita obbligata dall’Euro – è volato a Budapest dall’alleato Orban.

“Democrazia in recessione” è il titolo di un editoriale di Thomas Friedman sul New York Times – riprodotto da Repubblica a pagina 30. Russia,Turchia -dove molte donne coraggiose sfidano Erdogan (Corriere, pagina 19), è forte il rischio che si esca dal tunnel con meno democrazia. Perciò, invece di ventilare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, avremmo dovuto, noi europei, rispondere a Putin lanciando offensive di pace nel nome della democrazia, della libertà, dei diritti e della tolleranza. È quello che auspica il Papa e che Obama cerca di fare, almeno contro il terrorismo, convocando una due giorni a Washington – ne scrive Zucconi – per «screditare e delegittimare le ideologie dell’odio». I  bombardamenti non possono bastare.

Libia: quando è scoppiata in Italia quella che – a giusto titolo – Renzi ha definito “isteria”, dopo la strage in riva al mare dei cristiani copti, nessuno si è presa la briga di notare come quel crimine fosse diretto contro il nuovo padrone dell’Egitto, Al Sisi, con la speranza di reclutare al Daesh i fratelli musulmani, nemici del generale. Al Sisi ha reagito, come aveva fatto il re di Giordania, ma le milizie di Misurata – islamiste e responsabili dell’assassinio di Gheddafi, non sono cadute nella trappola e si sono riprese Sirte. Situazione delicata: tribù e milizie sembrano volersi coalizzare contro gli adepti del “califfo”, ma vogliono armi e soldi. Senza fonti dirette, non so quanto ci si possa fidare.

Il Pd si divide sul riconoscimento dello Stato Palestinese. “Non è il momento!”, dice Gentiloni. “Mossa dannosa, un favore agli estremisti”, tuona l’ambasciatore di Israele. E Walter Verini (Pd) spiega che non si può riconoscere finchè “c’è Hamas che vuol distruggere Israele”. Invece si può, anzi si deve. Intanto perché – l’ha detto D’Alema dalla Gruber – siamo “gli ultimi a fare questo passo”. E poi perché ogni “amico” di Israele dovrebbe dire al suo governo: scegliete, due stati o uno solo, ma con pari diritti per ebrei e palestinesi. Tertium -cioè un regime di apartheid sia pure sulla base della paura- non datur.  Quanto ad Hama che un tempo governi israeliani usarono contro Al Fatah, dietro c’è il nodo dell’Iran, con cui Obama, a ragione, vuole dialogare, ma Netanyahu lo considera il peggiore nemico.

Infine, “Grecia, Obama preme per l’intesa”, dice il Corriere ma il Sole24Ore, la Stampa e Repubblica sostengono che gli Stati Uniti avrebbero abbandonato Atene chiedendole di cedere al diktat europeo. Non è proprio così. Il non detto lo racconta Plateroti sul Sole: i mercati non temono più l’uscita della Grecia dall’euro, dunque o Tsipras capitola o fuori. Busines is business. Solo Draghi si preoccupa perché – scrive Fubini per Repubblica – “se si dimostra che esiste un’uscita dall’euro, allora i mercati potrebbero chiedere tassi d’interesse più alti a tutte le economie deboli”. A nessuno importa l’appoggio della maggioranza dei Greci al loro governo o l’elezione ieri, con oltre il 60%, di un presidente europeista e moderato. “Democrazia in recessione”!

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