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Addio compagno Rendina

 

Un giornalista, un partigiano, un amico: questo era, per molti di noi, Massimo Rendina, purtroppo scomparso all’età di novantacinque anni. Ma per noi giovani era qualcosa di più: era un maestro e un punto di riferimento, al di là della stucchevole retorica con la quale si tende spesso ad ammantare queste affermazioni.

Nelle parole di Rendina, infatti, non si scorgeva solo la nostalgia, comprensibile, per la lotta partigiana che lo vide protagonista a vent’anni; non c’era solo il rimpianto per i giorni perduti e per i tanti compagni ormai scomparsi; al contrario, c’era soprattutto uno sguardo al futuro, un’attenzione sincera e costruttiva alle nuove generazioni, un desiderio vivo di consegnare a noi giovani il testimone di quegli ideali, affinché possano sopravvivere e adattarsi a un contesto globale segnato dall’incertezza e dalla violenza, dalle guerre e dalla continua tendenza dei governanti a calpestare i valori per i quali quella generazione era salita sui monti e aveva rischiato, e talvolta perso, la vita.

Aveva passato i novanta, ma l’entusiasmo era quello di un ragazzo: lo stesso del giovane partigiano di allora, lo stesso dei tanti che non hanno mai smesso di battersi dalla parte della Costituzione e della libertà, della democrazia e del rispetto per le istituzioni, lo stesso di chi conosce bene la differenza fra democrazia e dittatura e di chi ha visto ragazzi di vent’anni morire per regalare alla generazioni successive un’Italia diversa e migliore, un’Italia giusta, limpida, pulita.

Non possiamo dire, purtroppo, che i sogni e le speranze della generazione di Rendina si siano interamente realizzati; anzi, proprio il presidente Ciampi scrisse, qualche anno fa, che questo non è il Paese che sognava. Sarebbe, tuttavia, sbagliato prendere queste riflessioni come una rinuncia o una forma di disincanto e di rassegnazione; in verità, sono uno sprone rivolto a noi, ai ventenni di oggi, affinché torni in auge lo spirito partigiano che indusse persone diversissime a combattere insieme per riconquistare il bene più grande: la dignità di una Nazione umiliata da due decenni di fascismo, dalla barbarie delle leggi razziali, dalle distruzioni della guerra e dalla fame, dalla miseria nera che non lasciava scampo e privava le persone di ogni diritto.

Ma non era solo questo, il compagno Rendina: era anche una voce capace di levarsi contro gli squilibri e le disuguaglianze che affliggono il mondo, era un richiamo costante al valore supremo della solidarietà, era un grido contro l’indifferenza e l’egoismo, era un pensiero coraggioso e innovativo, mai arreso, a tratti rivoluzionario.

Personalmente, mi lega a lui il ricordo di un’intervista che mi rilasciò quasi dieci anni fa: parlammo della Resistenza, certo, ma anche della tragedia dei soldati italiani in Russia, dell’umanità perduta e ritrovata, di chi non è riuscito a vedere e vivere in un’Italia finalmente libera dal nazi-fascismo e di chi, invece, ne è stato protagonista. E mentre parlava, sentivo che quell’uomo già molto anziano mi stava prendendo per mano, come ha fatto con tanti miei coetanei, senza risparmiarsi ma, al tempo stesso, senza la presunzione di chi ne sa di più, benché la sua esperienza di vita fosse incommensurabile rispetto alla nostra.

Massimo Rendina appartiene alla rara categoria dei partigiani che, in realtà, col cuore, non sono mai scesi da quei monti, ben coscienti del fatto che la Resistenza di allora non sia poi così dissimile dalle innumerevoli resistenze che ciascuno di noi è costretto ad affrontare ogni giorno.

Ora le sue idee, i suoi sogni e le sue speranze camminano sulle nostre gambe e non sarà semplice esserne all’altezza.

Addio compagno Rendina, e grazie.

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