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Napolitano, una presidenza in chiaroscuro

 

È troppo presto per tracciare un giudizio storico sul novennio di Giorgio Napolitano al Quirinale: bisogna aspettare che la cronaca si trasformi in storia e analizzare con ponderazione ogni singolo elemento prima di definire positivo o negativo l’operato di un uomo che è stato, nel bene e nel male, l’indiscusso protagonista di quasi un decennio della vita politica italiana. Una cosa, tuttavia, possiamo dirla fin da subito in quanto è eloquente: la presidenza conclusasi ieri si può agevolmente dividere in due parti. I primi quattro anni, dal 2006 al 2010, caratterizzati da un rigoroso rispetto delle funzioni di arbitro che la Costituzione assegna al Capo dello Stato; i secondi quattro, dal 2010 agli inizi del 2015, caratterizzati da una presenza molto attiva nella vita dei governi da lui ispirati e sostenuti. Ingerenze? Sarebbe irriguardoso utilizzare un’espressione così forte: diciamo che Napolitano è stato chiamato a vicariare le carenze, la miseria morale e la debolezza di una classe dirigente spesso non all’altezza, spesso egoista e priva di lungimiranza, capace unicamente di pensare al proprio “particulare” e di agire di conseguenza, senza prestare la benché minima attenzione al bene comune e agli interessi dei cittadini. Sta di fatto che un simile comportamento ha segnato in maniera decisa il corso della vita politica del paese, attraverso la formazione di tre governi di larghe intese i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Allo stesso modo, non sorprende che, a dispetto della popolarità, della stima e dell’affetto di cui tuttora gode presso la popolazione, negli ultimi quattro anni, una delle istituzioni che ha perso maggior prestigio agli occhi dei cittadini sia stata proprio la Presidenza della Repubblica, travolta dall’andamento di una stagione incerta e di cui non è tuttora chiaro l’approdo, col susseguirsi di promesse, annunci e tentativi, anche seri e commendevoli, di condurre il paese fuori dalla crisi non assecondati, purtroppo, da una realtà dei fatti che offre l’immagine di una nazione allo stremo, con una classe dirigente di gran lunga peggiore rispetto a quella che elesse Napolitano nove anni fa e gravata da un discredito e un senso di sfiducia collettiva mai verificatosi prima, nemmeno negli anni bui di Tangentopoli.

Una presidenza capace di tenere dritta la barra nei momenti più tempestosi, certo, mentre crollava la fiducia degli investitori internazionali nelle possibilità di tenuta dell’Italia e mentre il governo Berlusconi sprofondava sotto i colpi di scandali e accuse che in qualunque altra democrazia occidentale avrebbero posto fine alla carriera politica del diretto interessato e di chi aveva il coraggio di sostenerne le tesi.

Una presidenza autorevole in campo internazionale, che ha goduto della grande e ricambiata stima del presidente degli Stati Uniti Obama e ha rivolto sempre lo sguardo ai valori e ai princìpi dell’Europa, giustamente considerata un’utopia da realizzare e portare a compimento, al fine di non vanificare gli sforzi sin qui compiuti.

Tuttavia, ci spiace dirlo, è stata anche una presidenza caratterizzata da quattro errori a nostro giudizio gravi, le cui conseguenze stanno producendo effetti che la buona fede con cui sono stati compiuti non basta ad alleviare: la concessione di un mese a Berlusconi prima di presentarsi alle Camere per il voto di fiducia, nel momento in cui si pensava, nell’autunno del 2010, che potesse nascere finalmente una destra liberale e credibile; la chiamata di Monti, il cui fallimento al governo ha causato l’ascesa di quei movimenti populisti di cui Napolitano stesso ha sempre messo in evidenza i pericoli; il mancato invio di Bersani alle Camere, nella primavera del 2013, per tentare la strada impervia ma necessaria di formare un governo del cambiamento che solo avrebbe potuto assecondare la volontà espressa dai cittadini nelle urne, rispondendo al desiderio di radicale rinnovamento di cui tuttora avvertiamo il bisogno e, infine, la sostituzione, di fatto, di Letta con Renzi, per giunta senza un passaggio parlamentare a sancirla, che ha spalancato le porte a una compagine di governo sulle cui capacità e competenze lo stesso Napolitano non ha mancato di esprimere, talvolta, le proprie perplessità.

Una presidenza segnata dal declino dell’Italia e dal dilagare di corruzione e malaffare: due temi sui quali va riconosciuto a Napolitano il merito di essere stato vigile nella denuncia e nell’invito alle forze politiche a fare pulizia ma, al tempo stesso, anche la responsabilità di non essersi reso conto fino in fondo che lo schema delle larghe intese finisce, non certo per colpa sua, con l’aggravare il sistema di consociativismi, connivenze e malversazioni di cui gli italiani sono esausti perché, oltre a sottrarre risorse preziose all’amministrazione pubblica, rendono evidente l’immagine di una disparità fra chi può e chi non può, chi sta in alto e chi sta in basso, chi è in grado di comandare sempre, su tutto e a proprio piacimento e chi, invece, è costretto a subire senza poter mai alzare la testa.

L’aumento delle disuguaglianze, l’aumento delle ingiustizie, l’aumento delle diversità nel senso peggiore del termine, l’aumento esponenziale dei furbi e dei furbetti e l’abbandono, silenzioso e costante, delle persone oneste fanno da sfondo a un’avventura umana e politica il cui rigore e la cui serietà non sono purtroppo riusciti ad intaccare gli elementi più gravi e inaccettabili di una deriva che è, innanzitutto, morale, sociale e culturale, con ovvie ricadute sull’andamento dell’economia e della politica.

Per questo, negli ultimi mesi, Napolitano ci ha dato l’impressione di essere provato non solo dagli anni e dalla fatica ma, soprattutto, dal dolore e dalla sofferenza per una delle poche missioni nelle quali non è riuscito: rendere più equo, solidale e vivibile questo paese, rendere migliori i suoi amministratori, rendere le istituzioni consapevoli del loro ruolo, restituire all’Italia il prestigio e la dignità che merita in Europa.

Se ne va, dunque, un uomo sconfitto ma non arreso, vinto anche da qualche suo sbaglio ma non disposto ad accettare questo intollerabile declino. Torna nelle istituzioni che serve ormai da oltre sessant’anni con la fiduciosa speranza di poter costituire, comunque, sia pur con i suoi limiti, un modello di correttezza e senso dello Stato. Poi la storia giudicherà.

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