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Informazione e produzione di consenso: incontro con l’antropologa Amalia Signorelli

 

“Più il potere è concentrato, meno ama la scuola. L’ignoranza e la disinformazione producono il consenso interiorizzato, assoluto, che non tollera critiche per il capo”. Già dalle prime parole dell’antropologa culturale Amalia Signorelli, si capisce che l’incontro su “Informazione e produzione del consenso” non sarà una chiacchierata innocua.

E la sala piena conferma che molti si aspettano le analisi abrasive, che questa garbata ex-docente usa nei talk show per smascherare con un sorriso la manipolazione del potere. E non delude quando vira subito sull’attualità. “Renzi, come altri prima di lui, usa un linguaggio assertivo, quello che evita la spiegazione e punta sull’adesione emotiva, pretendendo fiducia assoluta. Guai poi a chiedere spiegazioni, si rabbuia. E’ come se dicesse non posso perdere tempo a spiegarvi le cose complesse che io so, ma fidatevi e sarete soddisfatti. “Il suo messaggio è sempre sospeso in un clima di eterna vigilia di eventi risolutivi – a marzo farò questo, ad aprile quello… – in modo che l’attenzione sia continuamente dislocata in un futuro radioso e distolta da un presente modesto.

Per essere più convincente, usa un linguaggio incalzante, con ritmo, concetti semplici e ripetuti, cioè con gli stessi registri della pubblicità. Magari conditi con un po’ di parole pseudo-inglesi, che fa *trendy*, anche se gli inglesi non ne capiscono il senso (ride). Il discorso poi affronta i media, soprattutto televisione e rete. “La tv ha portato l’immagine nella comunicazione, con la potenza della capillarità dei grandi numeri. Basta pochissimo per diventare famosi, perché c’è voglia di modelli da imitare. Questa ricerca di miti o santi si è accentuata di molto con la fine delle ideologie. Che bene o male erano sistemi di società, strutturati su valori portanti. Ora tutto è soggettivo e improvvisato, secondo l’umore e la convenienza del capo.

C’è il leader, con il suo partito personale, che si rivolge direttamente al suo popolo, considerando ogni corpo intermedio un indebito diaframma da rimuovere o almeno neutralizzare. Alla fine le mani alzate in sala sono molte. E la antropologa affronta volentieri le domande, scusandosi di non poter sviluppare tutte le implicazioni di un tema così vasto. “Per evitare l’omologazione di tanti e i privilegi dei pochi – conclude rispondendo a varie domande – occorre un’opinione pubblica colta. Formata da una buona scuola. Che in Italia – pur con ottime tradizioni ed eccellenze – si è scelto di non far funzionare. Per fortuna, l’indottrinamento – anche il più pianificato – non riesce mai a spegnere tutte le intelligenze. Basti vedere la nostra Costituzione, scritta da uomini che avevano resistito a vent’anni di desertificazione del fascismo, senza perdere ideali e lucidità.

“Purtroppo l’Italia non ha avuto una rivoluzione totalizzante come la Francia o altre nazioni, dove gli strati popolari e gli intellettuali si sono uniti per conquistare insieme la libertà, definendo così una forte identità nazionale. Da noi, il familismo degli strati più poveri e della borghesia opportunista si è adattato alla democrazia conquistata solo da una parte di popolazione, senza un’elaborazione, così come prima si era adeguata alla dittatura. Sicché il nuovo consenso verso la democrazia si è sganciato da ideali non ben radicati e trasformato presto in clientelismo.

“Con l’avvento del Movimento 5 Stelle pensavo che forse era arrivato il momento per superare questa mediocrità della politica, ma sono rimasta delusa dalla loro mancanza di coraggio nella mediazione. Ma questa novità fa capire che la situazione è in evoluzione. I talk show urlati hanno stancato. Le parolacce non fanno più notizia. C’è voglia di capire, reagire, anche se non si bene come. “Non so se stiamo migliorando. ma dobbiamo crederci. Nonostante tutto”. (Applausi)

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