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Rileggendo alcuni testi tragici

 

Curiosamente, ascoltando al tg le voci di alcuni importanti esponenti politici sulla prossima elezione del nuovo inquilino del colle più alto della Capitale, mi sono tornate in mente alcune opere di importanti autori tragici.
Perché quello che successe l’ultima volta rispettava molti dei cardini della tragedia: estetici, certo, come il coro che plaude mentre il serio padre ne fustiga i costumi e gli atti, ma anche, potremmo dire, meta-scenici e significanti, come il susseguirsi di eventi apparentemente confusi e slegati, rispondenti invece a un disegno nascosto e prestabilito, fino alla duplice ragione delle parti in causa, quelli che sostenevano un percorso e quanti, nell’ombra d’uno scrutinio anonimo, provavano, riuscendoci, a smontarlo.
Cos’altro era se non questo il confronto fra l’applaudita tesi di coloro che volevano un nome emblematico della tradizione della propria parte politica quale capo dello Stato, in modo da scongiurare quelle larghe intese che allora, a parole, tutti respingevano, e il tentativo di osteggiarne l’elezione con tutti i mezzi possibili da parte di quanti, invece, proprio l’intesa larga perseguivano, che s’è poi realizzata con giubilo diffuso e che, con volontà dei molti e a detta degli stessi per il bene del Paese, ora si vuole allungare ed estendere nel tempo e nello spazio?
E come si potrebbe non comprendere chi, per un accordo all’epoca cercato con quelli con cui oggi si siglano patti in profonda sintonia, fu messo alla berlina ed esposto al pubblico ludibrio di occupanti di spazio pubblico con interessi politici a vario titolo, se ora, sull’identico schema e per la medesima occasione, tentasse una rivincita?
Come per le ragioni del diritto di Antigone narrate da Sofocle contro quelle della legge di Creonte o nella terribile e attesa vendetta del Tito Andronico di Shakespeare, colpe e torti non stanno più e mai da una sola parte, e una volta avvelenato il campo, velenosi non possono che essere i frutti.
Viene da chiedere come la pratica del Parlamento si sia potuta mutare in tragedia, per quali oscure trame e per opera di che ignoti attori. Chi fece il primo passo? Chi scelse quella via? Chi decise, nell’innocenza datagli dal non essere chiamato direttamente alla decisione o con la complicità offerta da un voto giustamente non palese, che quello della confusione e del tradimento fosse il terreno su cui dare battaglia?
Difficile dirlo, quasi impossibile scoprirlo. Ma ancora una volta l’opera di antichi tragici può aiutare nel giudicare le cose, partendo dalla considerazione di quello che poi è stato. E penso a Seneca, e alla sua Medea: “cui prodest scelus, is fecit” (il delitto l’ha commesso colui al quale esso giova).

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