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Matteo Renzi e l’arte di non rispondere

 

Se avesse fatto il calciatore, non c’è dubbio che Matteo Renzi sarebbe stato un Garrincha dei tempi moderni. Pochi funamboli, infatti, hanno la sua capacità di dribblare e aggirare qualunque ostacolo si ponga sul loro percorso, pochi hanno una classe tanto cristallina e innata nello scartare gli avversari, pochi attraggono gli applausi e i consensi della folla come lui. Peccato che non siano queste le doti richieste ad un uomo che, più modestamente, nella vita si è incaponito a voler diventare, a tutti i costi, presidente del Consiglio.

La conferenza stampa di fine anno, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione. Sottoposto al fuoco di fila delle domande di giornalisti che, per una volta, hanno deciso di svolgere il proprio mestiere come si deve, Matteo Renzi si è esibito in un arte antica della politica che con lui raggiunge una sublimazione quasi poetica: l’arte dell’elusione. Ha parlato per oltre un’ora ed è riuscito nell’impresa di non rispondere ad uno solo dei quesiti che gli sono stati posti dai colleghi: niente sul futuro capo dello Stato, niente sulle riforme finora realizzate (assai poche, a dire il vero, tanto che a un certo punto ha dato vita a un simpatico siparietto con Sky per via di un “fascione” riguardante il suo “scarso rendimento” politico), niente o quasi sull’attuazione pratica del Jobs Act, niente o quasi sulla riforma della Pubblica Amministrazione, da mesi annunciata in pompa magna ma finora rimasta, per fortuna, un mero proclama e niente o quasi sulle prospettive per il Paese nell’anno che sta per iniziare, a parte le solite stoccate nei confronti dei “gufi” che scommetterebbero – a suo dire – sul fallimento dell’Italia.

In compenso, molti slogan e il solito uragano di battute, al punto che uno si domanda: ma perché abbiamo contrastato per vent’anni lo stile di Berlusconi se oggi anche la sinistra, o sedicente tale, lo trova così attraente?

Su un punto, tuttavia, il Premier è stato chiarissimo: a una precisa domanda di Francesco Bei de “la Repubblica”, ha lasciato intendere che, se dipendesse unicamente da lui, i sogni di Sacconi, e prima di lui di Brunetta, sarebbero già realtà, compresa l’introduzione del licenziamento per “scarso rendimento” tanto nel privato quanto nel pubblico e forse, ipotizziamo noi malignamente, persino dell’opting out. Ribadiamo: questa è una nostra maligna interpretazione perché Renzi si è ben guardato dal dirlo esplicitamente, ma basta leggere i primi due decreti attuativi della delega lavoro per rendersi conto di come stanno le cose e per capire che, se non dovesse superare l’ostacolo della successione a Napolitano, e dunque le imboscate dei franchi tiratori e i colpi sotto la cinta di una minoranza dem sempre più esasperata dal suo atteggiamento e dai suoi provvedimenti, i sogni della destra sarebbero già cosa fatta.

Un rinvio, quindi, aspettando che i tempi siano maturi e lo slalom fra i birilli presenti sul cammino sia stato completato. Garrincha, ancora lui: un giocoliere come se ne sono visti pochi nella storia del calcio e della politica.

D’altronde, perché sorprendersi? Non era stato lo stesso Renzi a smentire categoricamente, dunque a confermare implicitamente, lo smantellamento dell’articolo 18? Non era stato lo stesso Renzi a rassicurare il predecessore dicendogli di stare sereno, confermando implicitamente di volerlo giubilare il prima possibile? E ora guardiamo con timore al futuro delle pensioni perché la nomina del professor Boeri, grande fautore del ricalcolo degli assegni erogati col sistema retributivo per convertirli al contributivo, applicando il famoso contributo di solidarietà nei confronti delle “pensioni ricche”, va in una precisa direzione: un cambiamento radicale del concetto di “welfare state” e, soprattutto, della sua applicazione. In poche parole, Renzi ha lasciato palesemente intendere di voler far saltare tutte le conquiste sociali dell’ultimo mezzo secolo e di essere pronto ad andare avanti come un caterpillar, a dispetto degli scioperi sindacali, delle reazioni della minoranza interna, del malessere sociale montante, della crisi di fiducia ormai allarmante, della conseguente diserzione di qualunque appuntamento elettorale e persino della realtà che boccia senza appello il suo esecutivo, dimostrando con chiarezza che non solo non ha risolto uno dei problemi del Paese, non solo non ha ridotto un po’ la montagna del debito pubblico, non solo non ha cominciato a risanare la piaga della disoccupazione giovanile e della disoccupazione in generale, non solo non ha messo mano al dissesto idrogeologico che causa morti, feriti e disperazione ad ogni acquazzone ma ha aggravato tutto ciò, con decreti come lo Sblocca-Italia, a base di trivelle e cemento, con decreti come il Poletti sul lavoro e il Jobs Act, che acuiscono il dramma della precarietà, con una Legge di Stabilità che non contiene alcuna misura espansiva e anti-ciclica ma va esattamente nella direzione indicata dalla Troika, all’insegna di austerità e rigore cieco, e con riforme istituzionali e costituzionali che, oltre ad essere realizzate da un Parlamento eletto con una norma dichiarata incostituzionale dalla Consulta, sono state decise insieme a noti padri costituenti quali Berlusconi e Verdini. In poche parole, in dieci mesi di governo, Renzi non ha solo fatto rimpiangere Letta ma ha anche contribuito ad accentuare la sensazione di instabilità ed incertezza più volte denunciata da Napolitano come uno dei grandi mali del Paese.

Cosa farà nel 2015? Non è dato saperlo: il personaggio è imprevedibile. Quale siano le sue intenzioni, invece, è chiarissimo: vuole votare al più presto, prima che la realtà superi in “gufaggine” la Camusso e Fassina e lo condanni a una mesta ritirata che, nel suo caso, vorrebbe dire l’uscita di scena definitiva dalla politica che conta. Il guaio è che non può e lo sa: perché Berlusconi ha bisogno di tempo per rimettere in sesto lo sgangherato centrodestra, oggi consegnato nelle mani del lepenismo salviniano (che è la vera assicurazione sulla vita di Renzi, il quale infatti sogna di averlo come avversario alle urne); perché Alfano non ha ancora deciso cosa voglia fare da grande, se ricongiungersi con Berlusconi, costituire un soggetto di centro con Casini e Monti o dare il via libera alla “grande ammucchiata” comprendente anche la nuova Lega, in una riedizione della fu Casa delle Libertà, e perché lo stesso PD non è che abbia una gran voglia di votare, un po’ per il legittimo spirito di autoconservazione dei parlamentari, un po’ perché anche i renziani più osservanti sono ben coscienti che, pure in caso di vittoria, sarebbe comunque un salto nel buio.

Pertanto, a occhio e croce, ci aspetta un grande caos e una confusione senza precedenti (e speriamo senza seguito) mentre l’asso della finta continuerà ad incantare la platea fino a quando la realtà, assumendo le sembianze di Tarcisio Burgnich, non sparerà il pallone in tribuna, e allora tutti capiranno che di Garrincha ne nasce uno ogni cento anni e che al suo emulo politico non difetta la forza di volontà bensì la stoffa.

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