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‘Processo al morto’.Intervista a Ilaria Cucchi

 

“Vitam impendere vero” scriveva il poeta e oratore romano Giovenale. Spendere la vita per la verità. E’ ciò che sta facendo da cinque anni Ilaria Cucchi, sorella di Stefano morto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare. La sentenza ha assolto gli imputati al processo ma Ilaria non si rassegna. E nelle piazze, vere, mediatiche e telematiche porta sempre con sé quella terribile immagine che mostra il cadavere di Stefano all’obitorio. Pestato, emaciato, martoriato. “Andrò avanti finché la verità, tutta la verità non verrà a galla”.

“Vergogna di Stato” così hanno titolato molti giornali e siti web all’indomani della sentenza. E’ il termine giusto?
Credo di sì, temo di sì. In questa lunga battaglia ho visto mettere in scena un processo nei confronti di mio fratello e non per scoprire le ragioni della sua morte. Questa sentenza è il fallimento dello Stato, della procura di Roma. E a distanza di cinque anni non ho più fiducia nelle istituzioni.

Hai parlato più volte di scorrettezze fatte durante il processo.
Il processo a mio fratello era già scritto e doveva andare nella direzione della colpa medica, della morte per malasanità, escludendo ogni altra responsabilità. Ho sentito di tutto in questi due anni e mezzo, faticosissimi sul piano emotivo per me e per i miei genitori. Ho sentito fare domande continue e assurde sulla magrezza di Stefano, sul suo carattere…  Ricordo che il pm, la dr.ssa Loy, durante la sua requisitoria ha esordito dicendo che Stefano era un cafone maleducato. Questo la dice lunga. Un processo al morto, questo  è stato. Mio fratello era un persona che non contava nulla? E allora vorrei che qualcuno avesse il coraggio di dirmi che dal momento che non contava nulla non merita giustizia.

Di cosa è morto Stefano?
Di dolore. Con un globo vescicale di 1400 cc di urina che ha rotto tutta la muscolatura intorno. Si è spento lentamente fra dolori atroci e tutto questo non sarebbe successo se non fosse stato per quel pestaggio che a tutti i costi hanno voluto negare. Abbiamo affrontato tutto il processo sentendo parlare di fratture pregresse con le quali mio fratello avrebbe convissuto. Senza accorgersi di nulla. Ma per uno strano scherzo del destino quelle fratture con cui conviveva da anni sarebbero state fatali proprio in quei giorni… Ero presente alla riunione dei periti nominati a Milano quando era stata scoperta una frattura recente. C’era dell’infiltrato emorragico. Eppure nei giorni precedenti il perito aveva parlato di una “frattura da bara”, una cosa che non avevo mai sentito. Stefano sarebbe stato il primo cadavere che si è rotto una vertebra. Se non fosse una tragedia e una vergogna nazionale ci sarebbe da ridere…

E adesso? Come procede la tua battaglia per la verità?
Innanzitutto con una mia denuncia alla Procura di Roma. E un esposto nei confronti di Paolo Arbarello, dirigente del dipartimento di Medicina legale della Sapienza e consulente dei pm nell’inchiesta sulla morte di Stefano. Arbarello orientò l’indagine dei magistrati con una tesi preconcetta, dichiarata anche in una intervista al Tg5 pochissimi giorni dopo aver avuto l’incarico, e cioè che le lesioni inflitte al corpo di mio fratello non fossero così gravi da provocare la sua morte.

Eppure il pestaggio è stato riconosciuto
Sì, in ben due sentenze ma la conclusione è che non sono in grado di dire chi sono i responsabili. Io non sono un avvocato, non mi interessano i cavilli della giustizia. Io sono la sorella di Stefano Cucchi, mio fratello è morto in condizioni atroci. E io chiedo, e pretendo, che i responsabili di quello scempio siano assicurati alla giustizia.

Fabio Anselmo, il tuo avvocato nell’ultima arringa ha usato l’espressione “schiaffo del soldato”
Tutti hanno capito che mio fratello è stato pestato, si tratta di capire da chi. Purtroppo mio fratello è morto e non è in grado di girarsi per capire chi gli ha dato “lo schiaffo”.

Tv, radio e giornali si sono occupati praticamente da subito del caso Cucchi, e molti senza mai mollare la presa.
Un ruolo fondamentale che non dimentico. All’inizio, mentre io avevo davanti agli occhi il corpo martoriato di mio fratello si parlava di morte naturale. Media e stampa  – non tutti ma molti – non ci hanno creduto e sulla base delle nostre denunce  hanno cominciato ad andare a fondo. Se non ci fosse stata un’attenzione costante dei mezzi di informazione, a cominciare da voi di Articolo21 che avete seguito con passione civile la vicenda dall’inizio, questo processo non sarebbe esistito e tutto si sarebbe chiuso con un certificato di morte naturale.

E’ stata approvata una mozione al Comune di Roma per chiedere che sia intitolata una via a Stefano. Una notizia che ti da un minimo di conforto?
Saperlo mi ha commosso. E ringrazio davvero il consigliere Gianluca Peciola che l’ha promossa e il sindaco Marino. Ho un sogno: che sia intitolata a Stefano la stradina che porta al tribunale di piazzale Clodio. Cosicché i magistrati, gli avvocati, le guardie carcerarie, i carabinieri che ogni giorno l’attraverseranno possano ricordare come è morto mio fratello.

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