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La riformetta della Rai, un pasticciaccio renziano

 

Senza fine, grande brano musicale cantato da Gino Paoli e Ornella Vanoni negli anni sessanta. E senza fine pare essere la riforma della Rai, annunciata nell’ultimo quarto di secolo una quantità di volte, che più non si può. Il governo Renzi si predisporrebbe, secondo accurate anticipazioni di stampa, a mettere mano all’azienda pubblica radiotelevisiva. E come? Tanto per cambiare, con la classicissima logica dei “due tempi”. Subito, la revisione del canone di abbonamento, in seguito il nuovo assetto. Il primo atto –il canone- dovrebbe entrare nella seconda lettura, quella del Senato, della legge di Stabilità. Entro l’anno.

Il pagamento sarebbe inserito nella bolletta elettrica, con scaglioni definiti in base al reddito, con un massimo –si sussurra- di 65 euro. A fronte dei 113,50 di oggi. C’è da dubitare che un simile marchingegno possa funzionare, tra l’altro in tempi tanto brevi. I gestori di energia elettrica sono all’incirca 160 e ancora non si è capito se pagherà ogni abitazione o ogni esercizio commerciale o ogni ufficio dotato di luce. Perché non inserire il canone rai nella dichiarazione dei redditi, in modo che i ricchi paghino cifre assai maggiori dei redditi bassi? Per capirci, con un rapporto di 1 a 10, non come accadrebbe con la riformetta del governo. L’aggancio del canone ai redditi è un’ antica proposta, sempre ostacolata dalle culture conservatrici, tese a mantenere lo status quo del duopolio imperfetto Rai-Mediaset. Tanto che l’evasione in Italia tocca picchi altissimi e inauditi. Insomma, la conclamata novella potrebbe presto rivelarsi solo una promessa, difficilmente gestibile già per il 2015. Come mai non si è avviato per tempo il percorso della revisione, lasciando persino che la Rai acquistasse la carta per i vecchi bollettini? La verità sta forse nel fatto che il tema dei media e del servizio pubblico gode di scarsa considerazione nell’attuale stagione, vista l’omologazione abbondantemente avvenuta della maggior parte delle testate.

E senza leggi o regolamenti, naturaliter. Infatti, l’annunciata riforma generale –che generale non è, rimanendo assenti sia il conflitto di interessi sia il riordino di un sistema profondamente berlusconizzato- sembra ricalcare i tornanti di un dibattito alquanto stagionato. Si ventila la rottura del rapporto con i partiti. Bene, ma chi nomina il previsto amministratore delegato, cui spetteranno i massimi poteri, con un consiglio ridotto a un mero obbligo da codice civile? O si ha il coraggio di fare come in Germania o in Gran Bretagna, dove un Consiglio di garanzia fa le nomine sì, ma essendo eletto da rappresentanze della società civile? E i cittadini-utenti non dovrebbero stare nella stanza dei bottoni, essendo il consumo televisivo in corso di cambiamento veloce, nell’era della rete, dei metadati e dei social network: quando l’utente è a sua volta produttore? E’ il progetto del MoveOn. Ecco, attenzione alle chiacchiere. Se al fondo si profila il controllo diretto da parte dell’Esecutivo, si viene a sovvertire la lunga tradizione costituzionale, in base alla quale il servizio pubblico rientra nella sfera di indirizzo delle Camere. Eppoi. Prima di discettare sui marchingegni della governance, si discuta con una vera consultazione di massa su quale sia oggi la missione della Rai, un autentico bene comune, da valorizzare come il luogo dell’immaginario democratico.

Fonte: Dazebao

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