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Il Patto del Nazareno e i rischi per il Paese

 

Ci spiace per Renzi e per l’altisonante comunicato stampa emesso ieri sera al termine del lungo vertice con i partiti della maggioranza, nel quale si legge che essa “ritiene fondamentale che l’orizzonte temporale del governo sia unicamente quello della scadenza naturale della legislatura. Votare prima del 2018 sarebbe un errore e una sconfitta inaccettabile per tutti”. Ci spiace ma non gli crediamo.

Perché Renzi non è nuovo a episodi del genere: anche a Letta aveva detto di star sereno e meno di un mese dopo era già a Palazzo Chigi, per il semplice motivo che a lui importa poco del PD, figuriamoci degli alleati passeggeri di governo, rappresentati da partiti dieci volte inferiori rispetto a quello di cui è segretario e, proprio per questo, estremamente sensibili alla questione delle soglie di sbarramento per non rischiare di essere esclusi al prossimo giro. Il Premier, dunque, sa di essere l’unico, sondaggi alla mano, a poter tirare la corda: il Nuovo Centrodestra, l’UDC, i Popolari per l’Italia e Scelta Civica, al momento, rischiano infatti di non superare nemmeno un eventuale sbarramento del 3 per cento, pertanto il loro potere contrattuale al tavolo delle trattative è prossimo allo zero.

La vera partita, come tutti sanno, è fra Renzi e Berlusconi, e qui è il caso di fugare la diceria diffusasi negli ultimi giorni ma priva di ogni riscontro nella realtà, quella di un possibile accordo alternativo fra Renzi e il Movimento 5 Stelle. Diciamo sin d’ora che questo non accadrà mai, dato che i due soggetti sono agli antipodi e fra di essi c’è una reciproca ed evidente antipatia, diremmo quasi una differenza antropologica, testimoniata anche dall’esposto presentato sempre ieri dall’onorevole Colletti presso la Procura di Roma affinché verifichi – parole del deputato – se il Patto del Nazareno “sia stato effettivamente preordinato – come molti sostengono con forti argomentazioni – a pilotare illegittimamente le riforme in atto nel Paese e a decidere chi nominare come futuro inquilino del Quirinale, trasformando la nostra Repubblica democratica in una dittatura mascherata”. Fine della questione e delle indiscrezioni su possibili maggioranze alternative, fioccate in seguito all’elezione della professoressa Sciarra, su indicazione del PD, alla Consulta e del professor Zaccaria, su indicazione dei grillini, al CSM e della bocciatura della professoressa Bariatti, indicata da Forza Italia, sempre alla Consulta.

Per carità, non che CSM e Corte Costituzionale siano due organi di secondaria importanza, ma Renzi si interessa del potere vero: quello economico, ed ecco pertanto le cene da mille euro a persona per finanziare il partito; quello decisionale, ed ecco quindi il Patto del Nazareno, l’Italicum e lo stravolgimento della Costituzione e, infine, quello simbolico e giudiziario, ed ecco dunque gli ottanta euro, il bonus bebè ma, soprattutto, una riforma della giustizia che Berlusconi ha sognato per anni di poter realizzare senza incappare nelle ire dei grandi giornali che, all’epoca, avevano ancora a cuore il loro mestiere e una certa idea dell’informazione.

Come contorno, abbiamo l’assalto ai sindacati e una serie di stereotipi che servono a mantenere alto il livello dello scontro, ad applicare agevolmente il modello vecchio di duemila anni del “divide et impera”, a rassicurare i commensali delle laute cene che il cambio di verso va esattamente nella direzione da essi auspicata, a far capire, senza giri di parole, alla minoranza del partito che non ha alcuna speranza di riuscire a riportare il PD a sinistra e che, pertanto, o subisce in silenzio ogni imposizione o se ne va e, più che mai, servono a sostituire l’elettorato tradizionale della sinistra in fuga con quello berlusconiano che vede in Renzi la prosecuzione naturale dell’ex Cavaliere. Il che ci fa tornare in mente una battuta pronunciata ieri sera da D’Alema, ospite della Gruber a “Otto e mezzo”, il quale ha detto con franchezza che Berlusconi si è talmente innamorato di Renzi da aver rinunciato, di fatto, a fare opposizione. Ma perché l’uomo che più di ogni altro, negli ultimi vent’anni, ha combattuto contro la sinistra, si sarebbe improvvisamente infatuato del leader dello schieramento avverso? Molto semplice: perché ciò che percepiscono gli elettori di Forza Italia, lo percepisce da sempre anche Berlusconi, il quale sa bene di avere a che fare con un personaggio che, oltre a non essere mai stato comunista, non è mai stato nemmeno un uomo di sinistra; sa di avere a che fare con un giovane rampante forgiato e lanciato dalle sue televisioni, intriso di cultura berlusconiana e liberista e pronto ad offrirgli ciò che nessun leader della sinistra, pur avendo commesso innumerevoli errori, aveva mai osato porgergli su un piatto d’argento, ossia l’agibilità politica di fatto in cambio della propria permanenza al potere. E allora – deve aver pensato Berlusconi – basta con i Fitto, i Toti, i Brunetta, rispettabili uomini di partiti ma non sufficientemente “freschi” e popolari agli occhi dell’elettorato per portare avanti il progetto originario di Forza Italia, di cui, al contrario, Renzi è l’erede naturale persino nel modo di parlare e fare annunci, persino nei toni, oltre che nelle idee, nelle proposte e nei contenuti. Da qui il Patto del Nazareno, lo smantellamento dell’articolo 18, con la benedizione di Draghi e delle vestali del liberismo di casa a Bruxelles, la riproposizione al cubo del Porcellum, una riforma della Costituzione da far impallidire quella berlu-leghista fortunatamente sventata nel 2006 da un referendum promosso dall’ex presidente Scalfaro, l’attacco finale alla CGIL e a tutto ciò che è pubblico, la divisione e l’isolamento della sinistra e la garanzia di fatto che mai verrà approvata una riforma sanamente liberale come il conflitto d’interessi e che anche su evasione e corruzione, ossia i veri freni che bloccano la crescita e allontanano gli investimenti stranieri, come denunciato dal governatore di Bankitalia Visco, al massimo assisteremo a qualche spot e a una serie di slogan perché i soldi è meglio, eventualmente, andarli a prendere ai pochi servizi ancora assicurati dalle regioni o ai “perfidi pensionati col retributivo” che, nella fabulazione renziana, sono i veri responsabili dello sfacelo del Paese.

La nostra unica fortuna, in questo fosco scenario, è che Berlusconi ormai non controlla più Forza Italia (perché Fitto non è una prima linea ma pare, comunque, intenzionato a giocarsi le sue carte) e Renzi non controlla fino in fondo i gruppi parlamentari del PD; pertanto, è probabile che il segretario-premier stia cercando in ogni modo l’incidente per tornare a votare prima che i dati della realtà abbiano la meglio sui suoi slogan, costringere la sinistra interna o all’annullamento o alla scissione e dar vita poi a un governo di larghe intese con Forza Italia al posto del Nuovo Centrodestra e degli altri piccoli partiti che compongono attualmente la coalizione. Lo snodo cruciale è, ovviamente, la successione di Napolitano: se il berlu-renzismo riesce a sistemare sul Colle un piddino con idee a destra dei forzisti o un “tecnico” in stile Monti, il gioco è fatto e per l’Italia si profila uno scenario da tregenda. La speranza è che Fitto ci stupisca e la sinistra del PD trovi improvvisamente il coraggio che non ha mai avuto, ma sappiamo bene quanto sia esile il filo che tiene in vita questa utopia.

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