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Il Caso Moro e i Servizi. I nostri e gli altri

 

Sembrano di qualche rilievo le rivelazioni che il pro curatore generale presso la Corte di Appello di Roma, Luigi Ciampoli, arrestato  ieri ha fatto di fronte alla  commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro aperta in questi giorni presso la commissione d’inchiesta aperta in questo momento presso il Parlamento  che cerca di ricostruire le complesse e ancora per certi aspetti non completamente chiarite della vicenda che riguarda il Presidente della Democrazia Cristiana.  Sul palcoscenico di via Fani c’erano, accanto ai nostri altri servizi stranieri interessati a creare altri possibili colpi destabilizzanti nel nostro Paese e tali da far pensare che il delitto Moro non fosse frutto soltanto delle Brigate Rosse del nostro Paese e non rompesse soltanto l’equilibrio allora esistente tra Oriente e Occidente.

E’ quello che ha sostenuto ieri il procuratore generale della Corte di Appello di Roma alla nuova commissione di inchiesta sul caso Moro che in questi giorni muove i primi passi. L’alto magistrato, ascoltato ieri dai parlamentari della commissione, ha chiesto l’apertura di un “procedimento formale” contro Steve Pieczenik , funzionario in quegli anni del Dipartimento di Stato americano per “concorso nell’omicidio del presidente democristiano. L’americano durante quasi due mesi sedeva al tavolo del Comitato di crisi come inviato informale degli Stati Uniti ma di fatto era il consulente del ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Quello che ha detto ieri il più importante magistrato inquirente  della Corte di Cassazione della Capitale  dovrebbe far scrivere nuove pagine su quello che è stato per molti aspetti l’attentato più grave del Novecento avvenuto in quel periodo e concluso il nove maggio 1978  con il ritrovamento del corpo dello statista assassinato dalle Brigate Rosse. O almeno cosi, fino ad oggi.

Hanno concluso cinque anni di procedimenti giudiziari e cinque anni di lavoro delle  commissioni parlamentari che si sono dipanati attraverso centinaia o forse migliaia di risposte da parte di tanti testimoni chiamati a deporre.  Steve Pieczenik, all’epoca funzionario del Dipartimento di Stato americano rischia di esser giudicato e condannato per concorso nell’omicidio del presidente del partito cattolico di maggioranza. Nel maggio 2014 ,il procuratore generale Ciampoli era stato indotto ad avocare a sé l’inchiesta partita da una lettera anonima in cui scriveva che a bordo della moto Honda vista all’angolo di via Stresa c’erano due agenti del SISMI, cioè dei servivi segreti militari italiani. 36 anni dopo i fatti l’in chiesta non ha ancora portato a risultati importanti. Psichiatra, esperto di terrorismi, indicato ai tempi come “commissario straordinario” viene indicato con insistenza come l’uomo che venne in Italia per far uccidere il presidente democristiano. Dopo aver rivisto l’intervista che l’americano concesse a quei tempi a Minoli su Raidue ,ha fatto in modo che le Brigate Rosse (di cui molti studiosi dubitano ancora che fossero eterodirette) si convincessero della necessità di uccidere lo statista cattolico. Attori di quel dramma ancora vivi ci sono ancora come l’ispettore Enrico Rossi in servizio alla Digos di Torino fino all’anno scorso che era riuscito a identificare l’uomo che guidava la Honda prima che gli atti traferiti da Torino a Roma si arenassero.

E Rossi riteneva che l’uomo con il mitra in mano in via Fani fosse Antonio Fissore (morto nell’agosto 2012 a 67 anni per infarto e al quale erano state sequestrate due pistole, l’edizione straordinaria di Repubblicadel  17 marzo 1978 e una lettera di Franco Mazzola, sottosegretario ai Servizi Segreti e depositario di molti segreti). Il consigliere Ciampoli ha riletto molte vicende del caso a cui hanno lavorato in tempi diversi altri magistrati come Otello Lupacchini, Imposimato e Marini. “I brigatisti – ha dichiarato il magistrato – non erano nove e neppure dodici ma almeno venticinque o ventisei e quelli che hanno sparato avevano una elevata preparazione militare e le armi usate erano in dotazione a forze non convenzionali. Dei 96 colpi sparati, sul campo ne furono  raccolti 48  e di questi 34 non erano numerati come quelli usati da apparati della NATO. La scoperta di questo particolare è del 1979 e si deve al pm Antonio Marini che lo riferì ma nessuno capì fino al 1990 quando il presidente del Consiglio Giulio Andretti  parlò  in Parlamento dell’organizzazione clandestina GLADIO. Il procuratore generale  ha riascoltato il brigatista rosso Raimondo Etro e il regista Renzo Martinelli che aveva girato il film Piazza delle cinque Lune  ed ora racconta:” Mentre girava quel film fu convocato da Licio Gelli a villa Wanda. Il capo della P2 voleva scoprire che cosa avesse scoperto e il regista gli chiese se poteva aiutarlo. Ma lui rispose :per scoprire la verità devono passare altri cento anni.” E la verità che oggi ne sono soltanto trascorsi meno di quaranta, trentasei per la precisione.

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