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Se questa è una fiducia…

 

Ma quale fiducia, Renzi, quale fiducia? Sì, certo, i numeri al Senato ci sono stati e sono stati anche piuttosto ampi: 165 favorevoli, 111 contrari, 2 astenuti e i soli esponenti della minoranza civatiana (Mineo, Ricchiuti e Casson) a non unirsi al coro dei “laudatores” di una delega in bianco al governo che non si è ancora ben capito cosa contenga di preciso e a cosa serva, se non a garantire a un Premier in evidente difficoltà la possibilità di presentare in Europa qualche altro spot di marca liberista che gli consenta di rimanere in sella e di non andare oltre il commissariamento, di fatto, ad opera della Troika.

Perché è inutile continuare a balbettare e nascondere la verità: in Italia, da tempo, i governi si limitano ad applicare una linea politica ed economica stabilita altrove, sommando all’ottusità dei dogmi mercantilisti europei i mali atavici del nostro paese: corruzione, evasione fiscale, mafie, lavoro nero e altre piaghe strettamente correlate l’una all’altra, in una miscela esplosiva che non fa altro che sfibrare ulteriormente il già devastato tessuto sociale e accrescere la rabbia dei giovani, dei precari, degli ultimi, degli esclusi, di chi non ha prospettive e si vede sempre più senza diritti e senza futuro.

L’aggravante col governo Renzi è che, a differenza dei predecessori, l’attuale presidente del Consiglio non è supportato da una visione, da un’ideologia, da dei princìpi o da qualche convinzione profonda: va avanti alla giornata, improvvisa, parla a braccio, “spiana” le minoranze interne e procede a colpi di slogan e battute, mentre i dati della crisi peggiorano di giorno in giorno, la disoccupazione giovanile sta diventando strutturale, la fiducia nei partiti è pari a zero e quella nelle istituzioni è ai minimi storici, lo stesso PD sta attraversando una fase delicatissima, i circoli si svuotano e cresce il disagio di masse informi di uomini e donne senza rappresentanza che, al pari del premier, conducono la loro vita senza un progetto, senza un orizzonte a lungo termine, senza la benché minima tutela o garanzia per sé e per i propri figli.

In questo contesto, suonano strazianti le riflessioni con le quali Walter Tocci ha annunciato le proprie dimissioni da senatore, dopo aver votato al governo una fiducia sofferta e immeritata: “Si è promesso ai giovani il superamento dell’attuale precarietà, ma gli strumenti della legge e la mancanza di risorse non garantiscono il raggiungimento dell’obiettivo. Per non deludere le aspettative dei giovani dovremmo cambiare molte parti di questa legge, ma la chiusura della discussione impedisce i miglioramenti. Questa legge delega non contiene indirizzi e criteri direttivi, è una sorta di delega in bianco che affida il potere legislativo al potere esecutivo senza i vincoli e i limiti indicati dalla Costituzione. Non è la prima volta che accade, ma stavolta sono in discussione i diritti del lavoro.

Queste scelte sono, a mio parere, in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori. Non erano certo contenute nel programma elettorale che abbiamo sottoscritto come parlamentari del PD nel 2013”. Già, di cosa stiamo parlando? Cosa intende il Premier per riscrittura dello Statuto dei Lavoratori? Come pensa di riuscire ad estendere le tutele ai lavoratori che oggi ne sono sprovvisti in assenza di risorse sufficienti? Come intende collegare il Jobs Act alla Legge di Stabilità che, a breve, dovrà essere sottoposta sia all’esame delle aule parlamentari sia al vaglio, assai più severo, delle istituzioni europee? Queste sono solo alcune delle questioni politiche per le quali un galantuomo come Tocci ha detto basta, compiendo un atto generoso e dal sapore antico di cui pochi comprenderanno fino in fondo l’importanza e il valore simbolico.

E queste sono le domande che rimangono sul tavolo e che torneranno protagoniste quando questa delega in bianco chiesta dal governo approderà alla Camera, dove i vari Fassina, Civati e Cuperlo già preannunciano battaglia, al punto che proprio Cuperlo ieri si è visto costretto ad accantonare la consueta moderazione per affermare con nettezza di essere “allarmato dalla piega politica e culturale che sta prendendo il mio partito e il nostro governo. In via di principio non escludo che si possa giungere, prima o dopo, a un chiarimento anche drammatico e della natura qui accennata. Spero che non si arrivi a quel punto e mi impegnerò per evitarlo, nella chiarezza delle idee e delle posizioni. So però una cosa. Che se dovessi giungere alla scelta di votare No alla fiducia al governo del mio partito ne trarrei le logiche conseguenze sul piano politico e della mia presenza in Parlamento”.

Il guaio è che qui il punto è un altro e non molti hanno avuto il coraggio di porlo in evidenza: cine detto, ieri Renzi aveva bisogno di compiacere la Merkel e i falchi rigoristi della vecchia e della nuova Commissione europea per tenersi a galla e dare l’impressione di un’Italia allineata ai diktat delle tecno-burocrazie di Bruxelles, nella speranza vana di ottenere qualche margine di flessibilità che non arriverà ma, soprattutto, di non essere clamorosamente bocciato a causa di un debito pubblico al galoppo, di un deficit sull’orlo dello sforamento del tetto del 3 per cento, di una disoccupazione disastrosa su tutti i fronti, di una crescita inesistente e di ritardi oggettivi che non riguardano in alcun modo l’articolo 18 bensì la nostra arretratezza sul fronte degli investimenti, dell’ammodernamento delle infrastrutture, delle dimensioni delle aziende e della capacità di adattarsi a un mondo che non tornerà mai più ad essere come prima ma che, andando avanti di questo passo, rischia di trasformarsi in una gabbia di disperazione e precarietà per almeno tre generazioni.

Ovviamente, conoscendo il soggetto in questione, sappiamo bene che, numeri alla mano, canterà vittoria, annunciando via Twitter che questa è “la svolta buona”, che “nessuno può fermare il cambiamento in atto” e via così, di cinguettio in cinguettio, di hashtag in hashtag, salvo poi dover tornare a scontrarsi con i numeri di una spending review ancora in alto mare, di una Legge di Stabilità di cui ancora non si conoscono né le coperture né l’entità né gli obiettivi e con istituzioni europee e mondiali che chiedono sempre più lacrime, sempre più sangue, sempre più misure impopolari e insostenibili, accorgendosi solo tardivamente che rischiamo una “stagnazione secolare” e la rottura di un’eurozona che non è mai stata a rischio come in questo momento.

Pertanto no, ieri Renzi non ha incassato alcuna vera fiducia: ha piegato le minoranze interne ma la resa dei conti è solo rinviata e, prima o poi, per quanto l’eroe di Rignano sia abile a rinviare i problemi, arriverà. Ha vinto di prepotenza una battaglia simbolica contro i diritti dei lavoratori e la civiltà giuridica che finora ha preservato in particolare i più deboli, garantendo la tenuta sociale del Paese: tutto qui, in attesa del prossimo ostacolo sul quale sfidare e umiliare i dissidenti, nella speranza inconfessabile che, non potendone più di tradire gli elettori e votare proposte contrarie ai princìpi e ai valori di chiunque si riconosca in una visione di sinistra, cadano nella sua trappola e gli regalino quella disfida elettorale con annessa scissione che attende, ne siamo convinti, dal giorno in cui si è candidato contro Bersani alle Primarie del 2012.

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