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La Costituzione e i “precedenti”

 

Difficilmente potremo dimenticare il clima di questa torbida e rovente estate 2014: i giorni in cui un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale e un governo uscito da una manovra di palazzo stanno pensando bene di manomettere lo spirito originario della Costituzione in nome del mito futurista della velocità; il tutto per poter piantare la prima vera bandierina di un esecutivo e di un Presidente del Consiglio che finora sono ricordati più per gli annunci che per gli obiettivi effettivamente conseguiti.

E per raggiungere il risultato, possibilmente entro il prossimo 8 agosto, divenuto una sorta di “linea rossa” invalicabile, va bene tutto: il canguro, ossia il discutibilissimo taglio di emendamenti simili o afferenti a quello bocciato dall’Aula, assolutamente da evitare quando si tratta di questioni costituzionali; la tagliola e addirittura la minaccia, rivolta agli ex alleati di SEL, di rompere l’accordo anche a livello locale, incuranti del fatto che così si mettono a rischio decine di giunte e ci si condanna senza appello a devastanti sconfitte alle Regionali dei prossimi mesi. Tutto, senza esclusione di colpi, perché il Premier è stato tassativo: “Dobbiamo andare avanti ad ogni costo”. Già, ma qual è il prezzo che Renzi è disposto a far pagare al Paese per soddisfare la sua foga “riformista”? Ce lo chiediamo perché, evidentemente, la nutrita schiera di consiglieri e fedelissimi che lo circonda e lo asseconda qualunque cosa dica o faccia non gli ha ancora fatto notare che gli strappi cui la sua pertinacia sta dando luogo in questa convulsa fase della nostra vita repubblicana saranno difficilmente ricomponibili in futuro: sul piano dei rapporti personali, che, specie per chi ancora si riconosce in un’idea di sinistra, contano più di quanto non immagini il Premier, e dal punto di vista politico, perché chi ha davvero a cuore le istituzioni e le sorti dell’Italia dovrebbe, mai come in questo momento, preoccuparsi di ricucire le lacerazioni e favorire il processo di ricostruzione e riedificazione sulle macerie lasciate da vent’anni di berlusconismo e di concezione plebiscitaria della democrazia. Invece qui, ci spiace doverglielo far notare, non siamo di fronte a una dittatura o a una svolta autoritaria di marca renziana bensì a un rischio che prescinde dal Premier e riguarda il futuro assetto delle garanzie costituzionali nel loro complesso, ossia a uno svuotamento dall’interno della democrazia e della Costituzione di cui, evidentemente, il Presidente del Consiglio non si è ancora reso conto o al quale si ostina a non riconoscere il dovuto peso. Uno svuotamento pericolosissimo perché stravolge il senso stesso del nostro stare insieme, al pari dei princìpi fondanti dello Stato, della concezione del dibattito politico e della politica in generale, dei valori repubblicani e delle prospettive per un futuro che si preannuncia, più che mai, cupo.
Per questo, un domani, quando queste riforme saranno state approvate e avranno prodotto tutti i danni che denunciamo da mesi, l’attuale Presidente del Consiglio non sarà ricordato per le opere bensì per le omissioni: non per ciò che ha detto e fatto ma per ciò che non ha detto e ciò che non ha fatto e, soprattutto, per ciò che non ha compreso in tempo per evitarlo ed evitare al Paese un mare di guai. Il che, se ci pensate in prospettiva, è il colmo per un “uomo del fare” che adora la rapidità decisionale e detesta le liturgie classiche del confronto democratico, non tenendo sufficientemente in considerazione che spesso, in politica, la forma è sostanza e il metodo condiziona notevolmente il merito delle scelte e anche delle riforme. Ma d’altronde c’è poco da sorprendersi: come abbiamo sempre detto, Renzi non è uno statista, al massimo è un abile politico, e i “pensieri lunghi” di berlingueriana memoria non sono mai stati il suo forte. Se lo capisse, infatti, capirebbe anche che la sua avventura a Palazzo Chigi non sarà giudicata per il maldestro stravolgimento dei principi della Carta bensì in base all’andamento dell’economia, dei consumi e del benessere dei cittadini. E l’orizzonte, stando alle previsioni di queste settimane e al recente allarme lanciato dal commissario alla spending review, Cottarelli, non promette nulla di buono.

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