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Se il bisogno di pace diventa utopia

 

“Il mondo in guerra” titola, a ragione, “l’Espresso” di questa settimana. Una guerra mondiale, c’è poco da stare a discutere, che circonda l’Europa e la coinvolge direttamente: sia sul piano diplomatico, perché prima o poi dovrà assumere una qualche iniziativa per mediare nel focolaio di tensione che si è venuto a creare ad est fra Russia ed Ucraina, sia dal punto di vista politico e umanitario, perché non possiamo rimanere indifferenti di fronte al continuo approdo di proguhi africani sulle nostre coste. Al tempo stesso, non possiamo continuare a voltarci dall’altra parte o a parlare ipocritamente di “tragica fatalità” di fronte ai sempre più frequenti affondamenti di barconi carichi di disperati a poche miglia dalla terraferma, come se quell’insieme di sogni e speranze, fughe e prospettive non riguardasse da vicino la nostra quotidianità.

Sempre su “l’Espresso”, Romano Prodi spiega in un’intervista le ragioni di questo mondo squilibrato e in preda al caos, in cui l’unico ad aver conservato la credibilità necessaria per lanciare appelli alla pace e alla concordia tra i popoli è papa Francesco, molto applaudito e altrettanto ignorato da coloro che hanno tutto l’interesse a dirsi in piena sintonia con le sue critiche a questa società impazzita e a questo disumano modello di sviluppo che ha completamente accantonato l’uomo e i suoi diritti ma che hanno una convenienza assai maggiore ad assecondare i dogmi del liberismo e del capitalismo imperanti, basati, fra le altre cose, sul libero commercio di armi e sulla vendita a getto continuo di strumenti di morte a farabutti che se ne servono per massacrare i loro popoli o combattere guerre dalle conseguenze devastanti.

Perché in questo tempo senza ideali e senza valori papa Francesco è, per l’appunto, un simpatico santino da tenere sul comodino ed esibire all’occorrenza, purché non si intrometta seriamente in “questioni che non gli competono”, ad esempio mettendo in risalto le storture e l’insostenibilità dell’imbarbarimento collettivo cui molti di noi sembrano essere assuefatti, come se dietro i bambini palestinesi uccisi e i volti sofferenti delle madri che camminano fra le macerie delle proprie case distrutte nella Striscia di Gaza non ci fossero i drammi dei bambini soldato in Africa e quelli dei bambini, e anche degli adulti, che affogano nel Mediterraneo o vengono rinchiusi nella stiva dei barconi, a contatto con le esalazioni del motore che spesso li uccidono nel corso della traversata.

Questo è il nocciolo della riflessione di Prodi: oggi non esiste più alcuna vera potenza mondiale e quelle in ascesa, Cina e Russia, o sono troppo impegnate a crescere economicamente e ad affermarsi sulla scena internazionale o sono ancora troppo deboli e alle prese con una spaventosa instabilità interna per porsi come mediatori nei conflitti che stanno incendiando il pianeta. Quanto agli Stati Uniti, Prodi spiega che “il mondo multipolare è molto più difficile da gestire del mondo monopolare. Gli USA sono ancora la potenza numero uno ma da sola non è in grado di reggere i destini del pianeta. A causa dell’intervento in Iraq dove ha commesso un errore strategico impressionante. Lì sta l’origine di tutti i successivi guai”. E quando Gigi Riva lo incalza, parlando di “una sorta di peccato originale”, Prodi risponde: “Che si sarebbe evitato se in quel momento i paesi contrari alla guerra, Francia e Germania, avessero fatto fronte comune con Russia e Cina. Così non è stato e Bush e Blair hanno avuto via libera”.

Già, l’Europa: che fine ha fatto, dov’è? Con grande sconcerto del Professore e di numerosi analisti e osservatori, oggi il Vecchio Continente è il grande assente di questo quadro internazionale in continuo movimento, come se fosse stanco, abbattuto, oltretutto dilaniato da una crisi senza precedenti che non accenna a finire e da lotte intestine per le poltrone della prossima Commissione europea, fra cui quella importantissima di commissario agli Affari esteri, che lo rendono un interlocutore del tutto privo di autorevolezza e credibilità, dunque inaffidabile agli occhi dei partner nuovi e vecchi.

Senza contare che l’impagabile amministrazione Bush è riuscita nel capolavoro di far insediare il terrorismo islamico e jihadista in un paese laico come l’Iraq, dove Saddam Hussein avrà avuto pure mille difetti ma di sicuro non era un fiancheggiatore di Al Qaeda, come invece hanno sostenuto strumentalmente per anni Bush e Blair per giustificare un’aggressione ingiustificabile che ha ridotto il Medio Oriente a una polveriera e modificato in negativo i già fragili equilibri geo-politici di un mondo che non ha ancora trovato le misure di questa nuova era.

Se a questo aggiungiamo che persino l’ONU sta vivendo una fase di debolezza ed estraneità rispetto alle crisi che scoppiano ad ogni latitudine e che spesso, pur essendo indipendenti l’una dall’altra, in un mondo così globale e interconnesso, finiscono con l’influenzarsi fino a raggiungere dimensioni allarmanti, se consideriamo anche questo aspetto, abbiamo ben chiara la misura di un pianeta agli sgoccioli, con un ecosistema gravemente danneggiato, un estremismo dilagante ovunque, una politica sempre più fragile, uno strapotere delle banche, dei poteri finanziari e delle lobbies e un senso di solitudine e malessere di stampo montaliano che attanaglia ormai milioni di persone.

Al che, torna in mente un drammatico passo dell’“Agricola” di Tacito, tuttora di grande attualità: “Predatori del mondo intero, i Romani, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero, e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace”.

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