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Di tutto e di più

 

Forse come nel “Frammento Joyce-Armstrong” nel racconto di Conan Doyle sulle peripezie del famoso pilota inglese, anche nel documento (?) del Nazareno alcuni fogli non si ritrovano. C’è anche qualcosa sulla televisione? Indubbiamente, qualcosa non torna. La Rai è sotto botta e Mediaset –malgrado la curva discendente del patron- procede e rafforza i suoi asset strategici. Sky scala prepotentemente la classifica e guida il corteo mediatico. Già. E dove va l’allegra compagnia? La direzione è piena di problemi e di ostacoli, perché il settore ha perso solo nel 2013 quasi il 10% del fatturato, la pubblicità langue e i consumi culturali sono in discesa. Basti leggere l’accurato rapporto 2014 di Federculture. Del resto, l’Indice di Competitività Globale (GCI) del World Economic Forum –non un consesso di bolscevichi- per il biennio 2013-2014 vede l’Italia al 49° posto su 148 economie mondiali valutate. Ciliegina finale per valutare appieno l’avvenuta desertificazione dei saperi: le persone oltre i 6 anni che nel 2013 si sono dedicate alla lettura di almeno un libro (!) sono diminuite del 6,5% rispetto al 2012. E l’Unità chiude?

In tutto ciò, il vecchio tycoon Rupert Murdoch ha riunificato attorno alla costola britannica di BSkyB le partecipazioni italiane (Sky Italia) e tedesche (Sky Deutschland), gettando le premesse della pay tv europea. Mediaset, d’intesa con la spagnola Telefonica – scatola di Telecom- rilancia Premium e, dopo il pari e patta con Sky per i diritti del calcio- sceglie la tv opulenta. Ecco, questa è la strategia. Come nelle telecomunicazioni è in atto il tentativo di bloccare apertura e “neutralità della rete”, vale a dire accesso libero ed egualitario; così nella celebrata televisione la transizione dal sistema analogico a quello digitale si sta trasformando nella “lotta di classe” tra i ricchi e i poveri. I primi in grado di costruirsi il proprio palinsesto con il video on demand, i secondi relegati al consumo passivo dell’offerta generalista. Lo scontro attuale è il prolegomeno delle scintille prossime venture, con i nuovi protagonisti del Web: da Google ed Amazon in poi. Insomma, lo scenario è in forte movimento e ancora si attende che le Autorità competenti battano un colpo. Tra l’altro, esiste una lista concordata a livello europeo sulle trasmissioni che non si possono criptare. Un elenco da ampliare, proprio perché ormai esiste una questione democratica anche qui. L’elenco fu coevo al varo della legge n.78 del 1999, che introduceva l’obbligo del “decoder unico”. C’è? Il problema è serio e non va sottovalutato. Tra l’altro, se lo sport di punta si fruisce soprattutto a pagamento, che dire delle serie e della fiction? Da tempo la concorrenza viene fatta sui e per i contenuti, per accaparrarsi il meglio della produzione audiovisiva. Hbo, Netflix sono taluni dei protagonisti ignorati dal dibattito italiano, purtroppo assai arretrato. Come scrivono nel volume “Tutta un’altra fiction” Massimo Scaglioni e Luca Barra (2013), la pay tv ha deciso di investire sulle produzioni originali, sia nell’intrattenimento (si pensi a “X Factor”, “Master Chief”, “The Apprentice”), sia nella fiction (da “Quo vadis, baby?”, a “Gomorra”, a “In Treatment”). E ricordiamo le iniezioni di novità di serie –come “Lost”- assai lontane da certa melassa bempensante e conservativa cui siamo abituati, certo con significative eccezioni come “Il commissario Montalbano” o “Romanzo criminale”. E non solo. La creatività esiste e va valorizzata.
La Rai? Al momento laggiù si dibatte sui telegiornali. Ben venga, ma Parigi brucia.

Fonte: “Il Manifesto”, 30 luglio 2014

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