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Senato, regioni e comuni

 

Mi pare una contraddizione difficile da spiegare puntare il dito contro l’elettività dei nuovi senatori (per ragioni finanziarie, quando è chiaro a tutti quelli che conoscono l’Italia e le sue caratteristiche complessive che il denaro necessario per le elezioni si trovano facilmente in altre pieghe del bilancio pubblico) e nello stesso tempo chiedere che il Senato che esce dalla riforma non abbia la prerogativa di conferire e ritirare la fiducia ai governi). Certo, ha ragione Massimo Luciani su L’Unità  a prender atto che  “la doppia fiducia è un serissimo problema per la nostra forma di governo ed è stata una delle cause dell’instabilità  degli esecutivi costretti a giocare una doppia e delicatissima partita in entrambe le Camere e a subire,tutti i rischi di una diversità di equilibri. Una mediazione che lascia intatta l’opinione fondamentale per la fiducia unica è, allora, un passo avanti decisivo”.

Ma occorre tener presenti altri due elementi che sono in campo:
1)il primo che Luciani non esprime un’opinione con divisa da tutti i costituzionalisti. Anzi,per quello che so, frequentandoli e leggendo gli articoli nei giornali e nelle riviste,molti la pensano diversamente attribuendo le difficoltà dei governi non al doppio voto di Camera e Senato ma piuttosto a difficoltà di altro genere nei partiti politici che reggono di volta in volta i governi. In altri termini la difficoltà non è tenica ma,come in molti altri storicamente verificati e verificabili,politica e sostanziale.

2) Il secondo punto su cui vale la pena ritornare e su cui ritorna opportunamente l’attuale presidente della regione Toscana Enrico Rossi riguarda l’assenza delle preferenze nel sistema elettorale che agita le acque nel Partito democratico non soltanto per il precedente della “porcata” di Calderoli nel 2008 ma anche perché dà a pochissime persone un potere assoluto sulla scelta dei futuri eletti e non risponde quindi a criteri elementari di democraticità elettorale.

Il presidente della Toscana ricorda un’altra cosa che sta molto a cuore anche a chi scrive. Se si vuole discutere-magari con maggior tempo e serenità-dopo le ormai imminenti elezioni per il parlamento europeo,sul futuro del partito,vale la pena ricordare a tutti (e anche all’attuale segretario innovatore) che non basta il partito del primarie e tanto meno il partito del leader(che oggi in Italia è la forma vincente e più diffusa in ogni dove!)ma è necessario “ramificarsi sul territorio e discutere apertamente di questo”.

Da qui, a mio avviso, occorre ripartire per togliere al maggior partito presente in parlamento la tendenza ad assomigliare agli altri partiti che non si sono liberati ancora,come molti ricordano anche tra gli osservatori italiani e internazionali, della vernice populistica che  ha dominato l’ultimo ventennio in Europa,che è forte in Belgio come in Ungheria(basta ricordare gli ultimi risultati elettorali!) e rischia di danneggiare a fondo i nostri principi costituzionali,quelli sì ancora validi e importanti.

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